Smontare, riutilizzare, costruire. Sono tre concetti che raccontano una traiettoria progettuale sempre più centrale nel dibattito contemporaneo. L’upcycling – inteso come processo di aumento di valore attraverso la risignificazione delle componenti edilizie – non è soltanto una strategia tecnica di recupero, ma un «dispositivo capace di generare qualità spaziale, architettonica e compositiva». Su queste premesse si è svolto il convegno «Upcycling Architecture in Italy», promosso dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia in collaborazione con le università coinvolte nell’omonima ricerca (PRIN 2022 PNRR) – gli Atenei romani della Sapienza e di Tor Vergata, e i Politecnici di Milano e Torino – come momento di confronto interdisciplinare all’interno di Contemporanea, rassegna culturale della Casa dell’Architettura (qui l’articolo per saperne di più: LINK). Una mattinata di lavoro che ha messo in dialogo ricerca storica, sperimentazione progettuale e riflessione teorica sul Design for Disassembly, riportando il tema del riuso al centro della pratica architettonica contemporanea.
La ricerca presentata ha indagato, dunque, il concetto dell’upcycling, dimensione in cui – secondo la definizione offerta dallo stesso gruppo di ricerca – «una componente edilizia viene rielaborata, anche attraverso l’integrazione di nuovi materiali, e reimmessa nel processo progettuale per dare origine a nuove architetture capaci di produrre valore — qualità spaziale, qualità architettonica e qualità compositiva, talvolta anche ornamentale. Le superfici e gli elementi ricomposti diventano così lo specchio attraverso cui l’architettura dialoga con l’ambiente urbano, contribuendo alla qualità complessiva del costruito».
A presentare la giornata è stata Claudia Ricciardi, direttrice della Casa dell’Architettura, che ha collocato l’iniziativa nel quadro più ampio del programma culturale partito a gennaio: «Come Casa dell’Architettura – ha sottolineato – siamo impegnati, con la rassegna Contemporanea, ad accendere una luce sulla contemporaneità di Roma e sui temi emergenti, guardando la città da questa prospettiva. Quest’anno il focus è sulle Contaminazioni, intese come scelta consapevole di sovrapposizione e intersezione tra discipline apparentemente diverse. La giornata di oggi si inserisce in modo coerente in questo percorso, perché racconta il valore più profondo dell’architettura come disciplina capace di sintesi tra saperi differenti». La presentazione della ricerca PRIN, condotta da più università italiane – ha poi osservato Ricciardi – «affronta un tema emergente e urgente come l’upcycling, mostrando come possa essere letto sia nella contemporaneità sia nella storia dell’architettura italiana a partire dal secondo dopoguerra».
Il significato della giornata come esito di un percorso di ricerca nazionale e come occasione di apertura verso nuove prospettive operative è stato illustrato da Federica Morgia, Commissione Casa dell’Architettura OAR e coordinatrice scientifica dell’evento. «Abbiamo aperto la rassegna Contemporanea – ha detto – con un convegno internazionale che rappresenta il momento conclusivo di una ricerca PRIN di interesse nazionale. Il tema dell’upcycling è cruciale per l’architettura contemporanea e per la realtà delle città e dei paesaggi italiani. Si tratta del riciclo dei materiali attraverso smontaggio e riuso, un processo che dona nuova vita ai componenti edilizi. In Italia questa pratica costituisce un ponte tra modernità e contemporaneità e affonda le radici nelle sperimentazioni del secondo dopoguerra. Dare visibilità a questo tema, oggi centrale rispetto alle questioni ecologiche e della sostenibilità, significa promuovere un confronto necessario. Fondamentale il coinvolgimento di istituzioni universitarie e archivi storici, che permette di intrecciare saperi e aprire la ricerca alla collettività».
La riflessione di Federica Morgia
Le tre tavole rotonde attraverso le quali si è sviluppato l’evento hanno offerto una visione ampia delle radici storiche e delle prospettive operative dell’upcycling. La prima sessione, dedicata alle fonti e agli archivi del «Design for Disassembly», ha messo al centro la ricostruzione storica attraverso brevetti e riviste del secondo Novecento, con il contributo di diversi studiosi. Ilaria Giannetti, Università degli Studi di Roma Tor Vergata, coordinatrice della sessione, ha chiarito l’impostazione del lavoro: «Abbiamo presentato gli esiti della ricerca storica condotta da un gruppo di giovani ricercatori sulle fonti archivistiche e sulle riviste del secondo Novecento italiano. L’obiettivo è stato tracciare una prospettiva storica dell’attuale cornice teorica e metodologica del Design for Disassembly, mettendo in luce le sperimentazioni costruttive documentate dai brevetti di invenzione e il loro retroterra teorico. Questi risultati sono operativamente utili al progetto contemporaneo perché restituiscono una base metodologica legata all’economia circolare e documentano il patrimonio della costruzione industrializzata del secondo Novecento come risorsa per nuove esplorazioni progettuali».
Il video di Ilaria Giannetti
L’attenzione si è poi spostata, per la seconda sessione, sulla sperimentazione progettuale e sulle applicazioni concrete dell’upcycling, tra prefabbricazione, smontaggio e strategie circolari. Diversi contributi hanno presentato casi studio e strumenti operativi. Alberto Bologna, della Sapienza Università di Roma, ha illustrato l’esperienza di ricerca applicata: «È stato discusso di un progetto del 2024 incentrato su smontaggio e upcycling di una scuola, l’Itis Volta di Tivoli, progettata dall’architetto Pietro Barucci, affrontato secondo un approccio di research by design che mette in relazione aspetti progettuali, teorici e storici. Il lavoro ha mostrato come il riuso delle componenti edilizie possa diventare un processo concreto anche in contesti segnati da criticità costruttive. Esperienze internazionali, come quelle realizzate in Danimarca – sulle quali, per l’occasione, è stata allestita la mostra nella sala centrale dell’Acquario Romano -, dimostrano che progettare secondo i principi del Design for Disassembly può generare architetture di grande qualità. L’obiettivo è comprendere come adattare queste metodologie al patrimonio prefabbricato italiano del secondo dopoguerra, oggi bisognoso di nuove strategie di intervento».
L’intervista di Alberto Bologna
La terza sessione, infine, ha proposto una rilettura dell’architettura italiana dal 1945 a oggi attraverso la lente del riuso, intrecciando prospettiva storica e sperimentazione contemporanea. Anche qui numerosi ospiti hanno contribuito alla discussione. Gabriele Neri, Politecnico di Torino, ha sintetizzato il senso della riflessione, sottolineando come sia stata «riletto la storia dell’architettura italiana del secondo dopoguerra non come il secolo del nuovo a tutti i costi, ma come un periodo in cui si è riattivata la pratica del riuso e della rivalorizzazione dei materiali. Individuare i pionieri di queste pratiche – ha aggiunto – permette di comprendere come le loro esperienze possano essere utili oggi, di fronte alle sfide contemporanee. È stata messa in dialogo la prospettiva storica con progetti attuali che mostrano come uso, riuso e superuso dei materiali siano strumenti progettuali vivi».
La video pillola di Gabriele Neri
(FN)
Video interviste di Francesco Nariello