[Intervento di Furio Ridolfi in occasione del convegno “In ricordo di Mario Ridolfi. Tra insegnamento e professione”, Casa dell’Architettura, Roma 23 marzo 2026]
Buon pomeriggio a tutti, sono Furio Ridolfi, il più piccolo dei 4 figli di Mario Ridolfi. Ora siamo rimasti solo in due: il primo, Massimo di 94 anni, ed io di 87 anni. Mi dispiace molto che per motivi di salute, Massimo non possa essere qui con noi, anche perché sarebbe stato più bravo e competente di me nel ricordare il lavoro di nostro padre. Ovviamente quando parlo del lavoro di mio padre, intendo di tutto lo “studio” e dei suoi collaboratori di sempre, cioè W. Frankl e D. Malagricci.
La biografia della nostra famiglia, qualche anno fa, è stata meticolosamente ricostruita da Massimo, e pubblicata nell’interessante volume dell’Arch. Paolo Portoghesi presentato nel 2022 al Quirinale, dedicato sempre a Mario Ridolfi. Un riverente ricordo va a Paolo Portoghesi, che ci ha lasciati da poco, quale amico sincero di tutta la nostra famiglia ed attento studioso dell’architettura di mio padre.
Per quanto riguarda i rapporti di vita vissuta con nostro padre, ognuno di noi figli ha una percezione ed un ricordo personale diverso, anche se per tutti, come intuirete, non sono stati sempre rapporti molto facili.
Onestamente, possiamo dire che noi figli lo abbiamo tutti amato, rispettato, ammirato ed anche temuto per la sua severità, ma spesso non considerato e valorizzato. Dopo la sua tragica ed improvvisa scomparsa, abbiamo tutti compreso che non l’avevamo mai capito. Infatti tra le mura domestiche e nei rapporti parentali, non era così aperto (poche parole, pochi abbracci), diceva sempre che non c’era tempo per cose inutili. Forse retaggi atavici, che purtroppo un poco abbiamo ripetuto anche noi figli. Contrariamente, con gli amici di famiglia, con gli allievi e le persone esterne era particolarmente affabile e generoso.

Di ricordi ed aneddoti di famiglia ne avrei tanti, ma ci vorrebbe una giornata per raccontarli tutti. I più significativi sono quelli educativi che nostro padre ci ripeteva sempre e che per noi era come una canzone, “ti sei rifatto il letto? Ti sei lavato i denti? A tavola non si morde il pane, non si appoggiano i gomiti, non si parla con il boccone in bocca”. Poi piccolo episodio: tutte le mattine in batteria, tutti seduti sul vasetto per fare i bisognini. Cosi i più grandi, non visti, quando qualcuno era in difficoltà, facevano i travasi. E spesso da grandi scherzavamo nel dire “fratello se vuoi ora non ci sono problemi, posso restituirtela!!”. In tutte le camere da letto papà aveva teso tra le pareti opposte un filo zincato con tirante su cui tutte le mattine dovevamo stendere le lenzuola del letto prima di andare a scuola. Poi al bagno c’era uno sgabelletto, da lui disegnato (molto funzionale e pratico) che conteneva spazzole e creme per lucidarsi le scarpe ogni mattina appoggiandovi sopra il piede. Lo ricordo sempre e potrei ridisegnarlo.
Poi ricordo il magnifico regalo che nostro padre fece a tutti, quando portò un bellissimo banco da falegname con tutti gli attrezzi da lavoro. Tutti abbiamo cosi imparato la manualità del costruirci spade, barchette, pistole ed il famoso carrettino con i cuscinetti di ferro (praticamente un Bob) che, non essendoci traffico, utilizzavamo nella discesa della “Navicella” al Celio fino a Porta Metronia. Scusate se mi sono fatto prendere la mano dai ricordi. Ma, se vogliamo, ciascuno di loro riporta sempre alla manualità di ogni oggetto con cui mio padre ha sempre stimolato tutti noi fratelli.
Tra i ricordi più tragici, specialmente per me che avevo solo 5 anni, fu quando vennero le famigerate SS a prelevare a casa mio padre per portarlo in Via Tasso. Ricordo il trambusto perché in casa nascondevamo un ufficiale, un allievo di papà, che aveva disertato (Repubblica di Salò), ed era nascosto dietro un mobile nello spessore del muro. I tedeschi frugarono a studio tra le carte e i libri, dove fortunatamente non trovarono i documenti di due tedeschi ebrei. Non voglio dilungarmi oltre, ma mio padre fu tra i pochi che non finì con tutta la famiglia alle Fosse Ardeatine.
Ed ora parliamo di Mario Ridolfi insegnante all’Istituto Tecnico Industriale C. Grella, poi Galileo Galilei di via Conte Verde, dove insegnava la “Geometria descrittiva”. Giustamente per lui era importantissimo nel campo dell’edilizia e dell’architettura, saper rilevare e rappresentare un qualsiasi oggetto piccolo o grande che sia. Pertanto si parla di proiezioni ortogonali, assi cartesiani, e prospettive. Anche io sono stato suo allievo negli anni ’57, e potete immaginare la fatica che ho fatto, perché essendo figlio del professore non dovevo avere privilegi e quindi, per prendere la sufficienza, dovevo meritare molto di più. Poi quando marinavo la scuola dovevo stare attento a non presentare a lui la giustificazione con la sua firma falsa, sarebbe stato il colmo. Ricordo sempre, come tutti gli allievi qui convenuti, le meravigliose mattinate a parlare di proiezioni, materiali, episodi di cantiere, che poi finivano sempre nell’andare a comprare la pizza che papà offriva a tutti. Quando mio padre poi aveva qualche giornata “nervosa”, buttava dalla finestra le matite automatiche, i rapidograph e i normografi, perché i suoi allievi come lui dovevano usare matite di legno ed inchiostro di china con tiralinee o pennino. Quindi posso dire, e credo di interpretare l’idea di molti suoi allievi, che la scuola e l’insegnamento di mio padre per il rilievo minuzioso e dettagliato di qualsiasi oggetto, abbia sviluppato in noi il gusto per il particolare disegnato a mano libera pretendendo sempre una continuità di lavoro, rifiutando strumenti che considerava non a misura d’uomo e privilegiando il disegno manuale come atto essenziale.
Lo stesso concetto è stato anche ribadito dall’Arch. F. Cellini (attuale Presidente dell’Accademia di San Luca) nel completo volume scritto con l’Arch. C. D’Amato su Mario Ridolfi: “Il disegno a mano libera per Ridolfi era una scelta di efficienza e non di virtuosismo”.
Tra gli allievi più bravi o famosi di mio padre insegnante, ricordo Avenali, Mimmo Malagricci, Venturini, e Mastroianni. Proprio Mastroianni, nell’anno in cui mio padre ebbe il terribile incidente d’auto cioè nel 1961, gli presentò il famoso regista Federico Fellini a cui doveva progettare la casa. Ma al primo incontro mio padre si rifiutò perché Fellini pretendeva di dettargli le regole, e papà rispose che il sarto era lui e che l’avrebbe fatta come diceva lui, e lo liquidò con un cordiale “arrivederci”. Forse erano due geni e due personalità troppo forti.
Poi Mastroianni pur avendo grande stima di mio padre e ricordandolo infatti nella sua biografia, non volle interpretare il personaggio di mio padre in un film del regista E. Eronico “L’uomo sotto la cascata delle Marmore”, film che non è stato più realizzato.
Per rimanere nel tema dei film, e del lavoro di mio padre, è interessante ricordare che nel periodo del “neorealismo” nel ’56, in un film di V. De Sica intitolato “Il tetto”, con la scenografia di C. Zavattini, in cui si parla dei baraccati abusivi e la crisi degli alloggi nel dopoguerra, il protagonista con la moglie passa per Viale Etiopia dove sono in costruzione proprio le famose torri INA, e tra un gruppo di muratori dice una frase emblematica : “tutti dovrebbero avere una casa degna dell’uomo”. Concetto più volte citato da mi padre in architettura ed utilizzato dal grande Cesare Zavattini.

A proposito del piacere di disegnare anche cose semplici, io ho in casa, ed uso ancora, un bellissimo portaprosciutto disegnato e fatto realizzare in pochi esemplari. Papà lo chiamava “l’ara di Ninetto” perché in campagna a Marmore, tutti i maiali allevati per il sacrificio di fine anno sono soprannominati “Ninetto”. Mio padre infatti rispettava e ammirava tutte le manifestazioni dell’uomo, e ci insegnava che “il vino va travasato solo a primavera con giornate asciutte” o “il pane va cotto solo con il forno a legna”, cosi ogni volta che passava vicino a Terni, doveva sempre andare a prendere il pane in un paesino chiamato Strettura.
A scuola spesso mandava noi allievi a rilevare opere sparse per la città e a me fece rilevare e disegnare (pianta, prospetti e prospettiva) la chiesa all’EUR di San Pietro e Paolo progettata dal suo professore Arch. Arnaldo Foschini da lui sempre ammirato. Non avendo all’epoca altri strumenti dovetti rilevare le proporzioni solo misurando alcune lastre del rivestimento in marmo, e poi moltiplicarle. Oggi ho visto strumenti laser che in un attimo ti danno misure e disegno con CAD, eccetera.
Spesso anche a scuola ci raccontava dei suoi rapporti e delle richieste dei suoi committenti. Ad esempio un facoltoso Direttore di banca che abitava nella bella palazzina di Via San Valentino, voleva le porte dei bagni imbottite per insonorizzarle per ovvi rumori. Da cui più tardi nel realizzare il “Complesso fratelli Fontana” a Terni, propose le porte dell’albergo che avevano un armadio passante, che serviva sia per insonorizzare, che per consegnare agli addetti che passavano durante la notte vestiti da stirare, senza dover aprire la porta.
Quando avevo 7/8 anni, era una festa per me, quando nel dopoguerra, mi portava a Terni. Di quel periodo mi sono rimaste impresse le “fettuccine fatta in casa” del ristorante Allegretti, i dolci della pasticceria Pazzaglia di corso Tacito, e le figure dei Sindaci di Terni, sia il Prof. Sotgiu (fratello del famoso Magistrato) che il Sig. Ottaviani di Norcia. Proprio al Sindaco Ottaviani, papà disegnò per la sua casa di Norcia una sopraelevazione sul terrazzo con una unità abitativa armonica, che in altre proporzioni può ricordare la meravigliosa sopraelevazione di casa Astaldi in Via Porpora a Roma. Di tutto il villino di Astaldi facemmo il rilievo io e Mimmo Malagricci e negli scantinati, abbandonati da tempo, rinvenimmo spaventati, il corpo di un militare tedesco evidentemente rimasto forse intrappolato durante la fuga da Roma. Per coincidenza, inoltre, il villino Astaldi ed uno analogo vicino, erano stati progettati ai primi del novecento proprio dal Prof. A. Foschini per due sorelle, figlie di un facoltoso dell’epoca.
Per concludere i ricordi di Terni, ogni volta che sulla strada statale Flaminia passavamo per Civitacastellana, papà ci raccontava che in quelle curve perse la vita un suo giovane amico, l’Arch. Lattes, a cui purtroppo fece la tomba, poi distrutta, nel cimitero del Verano a Roma nella zona Ebraica. L’Arch. Lattes, ci raccontava mio padre, aveva vinto il concorso per il primo piano regolatore di Terni nel dopoguerra.
Sia a casa che a scuola, il “Prof” ci ricordava sempre di stare seduti con il busto eretto poggiando bene i piedi e il corpo sulla sedia o sgabello (“per tre punti passa un piano, geometria descrittiva), in maniera da non scaricare il peso del corpo sulle braccia, ed avere cosi sempre la mano libera di muoversi, scrivere o disegnare. Avere sempre la luce proveniente da sinistra (da destra per i mancini), e la sera con lampadine azzurre (in quei tempi ad incandescenza). Ed oggi, con il glaucoma ereditato, ho scoperto che sono ancora le meno dannose per gli occhi.
Quindi come vedete tutti gli argomenti non erano mai inutili e implicitamente riportavano sempre tutti al movimento nello spazio dell’oggetto, dell’uomo e quindi all’architettura.
La vita è un ciclo che si ripete anche nelle cose brutte come le guerre. Infatti mio padre anche nel 1949, nel parlare del primo piano regolatore post bellico di Terni, diceva: “vorrei che i giardini di piazza Glori accogliessero un monumento, anche perché qui restasse il ricordo del tragico vuoto lasciato dalla guerra fra le vite dei cittadini innocenti che hanno pagato con il loro sangue il prezzo degli orrori che non erano i loro. Non è frutto di eccessiva fantasia sperare che un giorno la città di Terni possa dedicare qui ai loro caduti un segno che non suoni vendetta ai posteri ma ammonimento alle nuove generazioni perché sentano l’orrore dell’inutili stragi provocate dalle guerre che tormentano l’umanità.”
Durante il periodo della guerra, non lavorando eccessivamente, mio padre dedicò molto tempo ed energie nel creare degli abachi e dei concetti basilari, con molti appunti e disegni, che poi furono utilissimi nel “Manuale dell’Architetto “creato per il CNR nel 1946 con BONGIOANNINI, ZEVI e NERVI. Un giorno a studio in via Pannonia ricordo che stavano controllando delle tavole del Manuale ed io, che avevo solo 8 anni, con gioia di mio padre mi accorsi di un piccolo errore in una proiezione ortogonale di uno sgabello tondo (non si vedevano dall’alto le gambe che erano più larghe della seduta), pur non conoscendo ancora la famosa “geometria descrittiva”.
La sensibilità e l’attenzione verso l’uomo e la natura delle cose, è sempre stata un criterio particolarmente insito in mio padre. In modo particolare verso i giovani e i bambini. Infatti lui raccontava spesso che da piccolo rimase molto impressionato dalla morte di un cuginetto avvenuta sul seggiolone per un attacco di tosse convulsa, mentre era stato lasciato solo un attimo dalla madre per andare a stendere i panni in terrazzo all’ultimo piano. Ma ovviamente lui voleva giustificare il gesto di quella madre che si era trovata in quella circostanza per rispettare tutti i suoi compiti. Forse per evitare certi problemi, mio padre cercò sempre nei suoi progetti di trovare un luogo, sia esso terrazzo tinello o cortile, dove i bambini potessero giocare o fare i compiti, sotto lo sguardo vigile della madre che poteva seguitare a cucinare o stirare. Le case popolari di Terni o di Roma infatti hanno sempre un luogo, limitrofo alla cucina, per far stare i bambini sotto lo sguardo dei genitori.
Da queste molteplici osservazioni e studi nasce anche il funzionale e bellissimo “asilo Olivetti” vicino a Ivrea, voluto dal grande Adriano Olivetti, tra tutti i servizi da offrire ai suoi dipendenti. Cosi le madri andavano più sollevate a lavoro dopo aver lasciato i bambini al vicino asilo. Questo asilo aveva molteplici accortezze per i bambini, come maniglie basse delle porte, e sanitari più piccoli adatti a loro come pure vetrate da cui i bambini potessero vedere il verde esterno. Torna sempre il concetto “a misura d’uomo”.
Per lui, qualsiasi oggetto poteva trasformarsi in spettacolo, perché il suo obiettivo è sempre stato quello di mettere l’osservatore al centro della scena, tornando a diventare protagonista.
Mio padre ha sempre avuto, ed ha trasmesso a tutti, il piacere e la soddisfazione di disegnare tutti gli oggetti, dai più semplici, sia esso uno sgabello, ai più complessi, come una casa a torre o un piano regolatore di una città. Il suo dialogo silenzioso era con la materia, con la luce e la natura, ma l’uomo sempre al centro. Perciò la casa doveva essere sempre a misura dell’uomo, come un vestito su misura, ma sempre aperto a nuove soluzioni.
Un pensiero che si traduceva in pratica quotidiana, nella cura dei dettagli e nell’attenzione alla vita reale; lui cercava sempre di farci lavorare su oggetti esterni, osservando e misurando il mondo, perché dal rilievo particolare dell’oggetto si poteva risalire a tutti gli argomenti.
Mi ricordo che nelle nostre gite familiari mio padre preferiva sempre fare strade bianche, perché diceva giustamente che si trovavano sempre posti più interessanti. E cosi, spesso, noi figli finivamo a prendere le misure di bei casolari di campagna, sempre con la sorpresa delle persone del posto, che dopo una iniziale diffidenza, finivano sempre con l’offrirci uno spuntino con pane e vino genuino.
Ho sempre viva l’immagine di mio padre, già in età matura nella casa di Marmore, che si fermava a guardare la luce del tramonto che entrava da quelle sue finestre particolari, ed aveva sempre negli occhi un’espressione di ricerca come di chi ha ancora molti obiettivi da raggiungere. Forse è proprio questa curiosità continua per il mondo esterno, che ci ha lasciato, che ci stimola sempre a vivere nella ricerca.

In una bella intervista rilasciata all’Università di Milano nel 1977, mio padre tra l’altro ricorda che il paese, se ben governato come una famiglia, dà buoni frutti, e quindi i politici dovrebbero dare ai giovani la possibilità di avvicinarsi al lavoro e al mondo della “fabbrica”, sia cantiere, industria, e quindi tornare a imparare nella “bottega del maestro”. Il “Prof” conclude dicendo di aver avuto sempre la riconoscenza dei suoi allievi, e chiude citando Sant’Agostino che diceva: “Che non c’è maggior ricchezza di ciò che si dona”. Il nostro è lavoro di rinuncia alla ricchezza, ma di grande contenuto.
Lo stesso concetto, La materia e lo spirito, più tardi nel 2008 viene ripreso abilmente nella tesi di laurea dell’Arch. Michela Bracardi (premio Firenze University Press), analizzando il lavoro di Ridolfi nell’Umbria di Francesco.
Infatti anche Francesco non aveva bisogno del dotto linguaggio della tronfia sapienza umana, ma parlava in modo semplice e immediato, affinché tutti comprendessero la bellezza del creato. Creato da valorizzare con le opere dell’uomo nel rispetto della natura stessa.
Con la “Casa LINA” delle Marmore, come con tutte le case, rappresenta il cosmo degli affetti, individuato nella centralità implosiva del volume, l’accoglienza del prossimo, nel rapporto dialettico fra l’interno e l’esterno della casa, quindi fra architettura e natura, ed infine il segreto che ogni casa possiede quello spirito che vi abita, che si rivela nell’apparente semplicità della casa stessa.
E cosi, proprio nel “Ciclo delle Marmore”, mio padre fa spesso notare che le cose semplici, il duro lavoro dei contadini prima in campagna, che poi per necessità imparano il faticoso mestiere del muratore, divenendo ben presto raffinati artigiani, apprendono esempi della tradizione colta; e cosi dalla capacità di trasformare la materia prima, scaturisce la varietà di espressioni che danno corpo alle forme dell’architettura locale. Infatti diceva spesso che “il lavoro è fatica, sudore, e l’Architettura è sempre stata la grande amante che mi ha aiutato a vivere…”.
Forse è proprio questa umanizzazione dell’architettura stessa, che ha portato mio padre a sacrificare spesso tutto, la famiglia, gli affetti, la ricchezza e il partecipare a cariche universitarie.
Cosi, come dice in maniera adeguata e più chiara l’architetta M. Bracardi nel suo saggio, il confronto tra Franesco e Ridolfi in Umbria non è molto lontano, poiché il fine ultimo è sempre questa ansia conoscitiva che ordina la mente dell’architetto e muove la sua mano. Così Ridolfi diventa architetto-costruttore, ed il suo essere si concretizza in quello che realizza, in stretto legame all’oggetto reale e alla natura che lo circonda.
Per tutta questa cultura popolare materiale e artigiana, è necessità continua la verifica di ogni misura in fase di progetto e di realizzazione, questo era il suo insegnamento.
Ringrazio tutti per avere avuto la pazienza di ascoltare o leggere quanto ho ricordato di mio padre, l’Arch. Mario Ridolfi (chiamato spesso “Il Prof”).
Furio Ridolfi
Roma, lì 23 Marzo 2026
Immagine di copertina: Ghitta Carrel, Mario Ridolfi nel 1938, Ritratto fotografico, Collezione privata / Dettaglio
Visual Editing: Giuseppe Felici
Architetto, Redazione AR Web






