[Menzione d’onore alla Call “Habitat per il prossimo futuro” – Sezione Design e innovazione / La Call è stata promossa dall’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia, BCAD, Associazione Italiana di Architettura e Critica]
Introduzione
La ricerca che propongo si fonda sul confronto con la dimensione nuova dell’Intelligenza Artificiale. Si pone la domanda sul potenziale creativo di questa nuova dimensione, partendo dal presupposto di un percorso che si è aperto e non potrà richiudersi, sul quale dunque non ha un reale significato dichiararsi favorevoli o contrari.
L’habitat per il prossimo futuro – estremamente prossimo – sarà fortemente influenzato da questa dimensione, le cui espressioni sono tuttavia estremamente articolate, numerose, sfaccettate, interconnesse tra loro.
Su un quadro più esteso, in questa riflessione introduttiva richiesta sul tema dell’habitat, devo però uscire dal percorso specifico che propongo: credo sia indispensabile che questo potenziamento della ricerca in ambito di edilizia possa convergere in maniera importante verso soluzioni urgenti, nei confronti di quella dimensione di necessità reale che riguarda i numeri dei flussi migratori internazionali e di quelle fasce sociali più deboli e in difficoltà. Numeri in crescita esponenziale, in una fase storica destinata a tempi molto lunghi.

La ricerca
Nel caso di questa ricerca, mi interessa studiare il potenziale di sviluppo formale e spaziale e, anzi, in modo particolare indagare il potenziale umano nel confronto con l’AI.
Queste a seguire sono quindi alcune considerazioni sul tema del processo creativo in ambito AI, applicato alla progettazione, focalizzando l’attenzione in particolare sulle nuove ricerche sul disegno a mano.
Da tempo ritengo particolarmente interessante lo studio su quali possano essere la valenza, il significato e gli sviluppi nel disegno dell’architettura, a valle di circa trenta anni di rivoluzione informatica in cui il digitale ha pienamente espresso e consolidato tutte le sue enormi potenzialità e il suo ruolo nello sviluppo e controllo del processo progettuale, teorico e costruttivo.
Penso che la questione su quale direzione possa prendere e quale significato possa avere il disegno nell’era digitale, rimandi in qualche modo alla domanda che nacque sul significato della ricerca in pittura all’indomani della scoperta della fotografia.
Il disegno rimane uno strumento primario di espressione del linguaggio, precedente alla parola espressa e scritta. Come tale, e come l’uso della parola, implica una continua evoluzione.
Storicamente parlando, il disegno più antico individuato fino ad ora si ritiene sia datato a circa 73.000 anni fa: poche linee rosse su una piccola pietra trovata in una grotta in Sud Africa che avrebbero potuto passare inosservate, se non fosse stato per la presenza nello stesso luogo di alcuni gusci di conchiglia con tracce dello stesso pigmento. Per arrivare al primo esempio di proto scrittura bisogna fare un salto fino a circa il VI secolo a.C.
Tra questi due momenti così distanti, l’essere umano ha affidato la narrazione a disegni progressivamente più piccoli ed essenziali peraltro non molto distanti sia nella forma che nell’utilizzo, dall’uso attuale delle emoji.
In realtà il disegno ha sempre continuato comunque a parlare a chiunque non avesse la conoscenza necessaria a comprendere un testo scritto: quando ancora non sappiamo esprimere dei concetti più estesi, un disegno porta a galla mondi e idee imprevedibili.
Se accettiamo queste premesse, il black out al quale abbiamo assistito nell’uso del disegno manuale negli ultimi decenni, è stato chiaramente funzionale allo sviluppo e all’indagine del potenziale creativo in ambito informatico, ma di fatto rappresenta un’anomalia.
La ricerca che mi interessa in questi anni riguarda quindi la valenza, il significato e le possibili nuove strade nel disegno dell’architettura e mi sembra che ci siano tutti i presupposti per cominciare ad approfondire il tema del confronto e dell’implementazione tra l’espressione personale di un mondo irrazionale, intuitivo, emotivo ed il controllo analitico del processo digitale informatico. Entrambe realtà così incredibilmente potenti ed estese.

Emma Dexter lo ha definito “Return of the Repressed” nel suo testo introduttivo a “Vitamin D – New Perspectives in Drawing” della Phaidon:
“Perché è ora il momento del disegno? Perché il disegno offre agli artisti la libertà, in quanto zone recondite poco riconosciute e poco teorizzate, di esplorare aspetti della creatività fino ad ora trascurati o repressi.
Il disegno ha un carattere primordiale ed elementare: gode di uno status mitico come la forma più antica e immediata di creazione di immagini (…) è sempre stato associato alla magia da quando l’uomo ha raffigurato per la prima volta gli animali da cui dipendeva la propria sopravvivenza.
Pablo Picasso avrebbe potuto parlare specificamente di disegno quando descriveva l’arte come «una forma di magia, intesa come mediatore tra noi e questo mondo strano e ostile, un modo di dimensionare il potere dando forma ai nostri terrori così come ai nostri desideri»”.
Mi sembra che la sfida sia quella di restare saldamente lontani da interpretazioni nostalgiche o storicistiche nello strumento del disegno (siamo su un terreno estremamente scivoloso che si muove facilmente tra letture nostalgiche e puro piacere grafico) mentre quello che mi interessa in questa fase è focalizzare tutto sulla ricerca, piuttosto che sull’esito formale architettonico.
Fabio Barilari
Architetto

Visual Editing: Giuseppe Felici
Architetto, Redazione AR Web






