La cosa pubblica
Molte volte ci è stato chiesto cosa c’entrasse l’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia con i temi della legalità e perché se ne occupasse. Domanda alla quale non abbiamo mai creduto di dare una risposta perché l’abbiamo ritenuta sempre ovvia: quando si parla della “res publica” la risposta è già insita nel suo significato.
Nessun Ente pubblico o privato che sia dovrebbe allontanarsi da questo concetto del bene comune che troppo spesso un’anti cultura dedita al profitto sopra ogni altra cosa, ritiene essere terreno di conquista privata.
Eppure tale domanda che è ritornata insistentemente in questi dieci anni di attività dell’Ordine degli Architetti di Roma e provincia sui temi della legalità: “perché vi occupate di legalità?”, ci pone di fronte a un’evidenza preoccupante: molti di noi non vivono la cosa pubblica e non sentendola propria si lascia spazio a coloro che della cosa pubblica fanno mercimonio e la usano come culla di un’anti cultura che rappresenta un’alternativa allo Stato.
Tante volte ci siamo appellati al dettato costituzionale in questi ultimi anni perché convinti proprio di questa connessione organica di ogni parte costituente la nostra repubblica, dove ogni ingranaggio di essa, ogni donna e ogni uomo, partecipa in modo attivo al miglioramento progressivo di città ed ambienti e quindi all’inclusione sociale.
Altro fatto importante per le professioni ordinamentate è la questione del lavoro che deve essere espresso sempre in ottemperanza ai rispettivi dettati etici che racchiudono i nostri codici deontologici. Codici che impongono che il lavoro sia espresso unicamente per il miglioramento dello stato comune della nostra società. Punto importante ripreso dalla nostra carta costituzionale che impone a tutte le persone, che siano impiegati pubblici o che esercitino un’attività privata, di lavorare per il miglioramento spirituale e materiale del paese.
Il lavoro degli architetti, espresso secondo il nostro codice deontologico, che non a caso nel suo “incipit” richiama tre articoli della nostra costituzione (il 4 inerente il miglioramento progressivo attraverso il lavoro, il 9 inerente i beni culturali ed il 41 inerente lo scopo sociale del lavoro) è un forte antidoto alla creazione di pezzi di città che se progettati e costruiti male, generano culle dove l’illegalità attecchisce più facilmente.
Per questo spesso in passato abbiamo parlato, negli eventi realizzati nel solco proprio della legalità, di prevenzione: abbiamo sottolineato che costruire quartieri senza servizi, senza infrastrutture e spesso abbandonati a sé stessi, significa lasciare un vuoto di amministrazione pubblica, dove è facile per la criminalità colmare quel vuoto ed inserirsi proponendo una visione alternativa a quella costituzionale di progresso sociale. Una visione di prevaricazione che mira non al bene comune, ma all’arricchimento senza scrupoli a danno di tutti.
Questi sono i vuoti da colmare, questi sono gli ostacoli importanti che ogni amministrazione deve con ogni forza, anche privata, eliminare. Devono essere colmati da una pianificazione attenta per giovani che rappresentano il futuro della comunità ed è proprio per questo che nessuna disattenzione deve essere permessa sulla corretta costruzione delle città che deve dare possibilità e non toglierle. Abbiamo visto cosa nasca dall’abbandono culturale e sociale. La crescita di una pianta maligna basata sulla prevaricazione che con qualsiasi mezzo e azione spietata, passando sopra ad ogni cosa e sopra ad ogni vita, mira al solo arricchimento senza alcuno scrupolo.
Quindi nessun vuoto deve essere lasciato nella nostra società. Eppure nelle nostre città ce ne sono stati tanti di vuoti. Città cresciute male, quartieri abbandonati a se stessi e in tante città di italiane hanno favorito la crescita delle mafie organizzate.
Grazie al nostro comitato d’onore per la legalità nato nove anni fa per celebrare la giornata del 23 maggio, poi rinominata giornata dei diritti nell’evento tenutosi a Casal di Principe. Grazie per l’organizzazione di un altro evento importante.
Quello di oggi sulla relazione di minoranza, non vuole celebrare retoricamente un anniversario della sua presentazione del 4 febbraio del 1976, ma che, come abbiamo sempre fatto in altri eventi negli anni passati, cerca di capire in modo critico, come tale documento sia progredito nell’attualità della lotta alla criminalità organizzata. Cerca anche di ragionare sul passato andando a dare un apporto fattivo, nel nostro ambito, alle azioni di contrasto del futuro. Essere una piattaforma di discussione pro attiva che contribuisca a tenere alta l’attenzione al dibattito sul contrasto all’illegalità. Perché è un problema di interesse comune e non solo di coloro che si trovano, o si sono trovati spesso soli in prima linea.
I deputati La Torre, Benedetti, Malagugini e i senatori Adamoli, Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti nonché del deputato Terranova, attraverso la relazione di minoranza, gettano le basi concrete per conoscere e riconoscere il fenomeno mafioso che non è solo costituito da criminali, ma che è un fenomeno legato a pubblici poteri e partecipato spesso dal tessuto economico. Questo documento sarà fondamentale per poter delineare quei primi strumenti di contrasto efficaci che si concretizzeranno con la proposta di legge Rognoni La Torre e che diverrà legge il 13 settembre del 1982 soltanto dopo l’assassinio del parlamentare Pio La Torre avvenuto il 30 aprile e l’assassinio del Generale comandante Carlo Alberto Dalla Chiesa avvenuto il 3 settembre dello stesso anno.
Molte persone hanno combattuto il fenomeno mafioso arrivando a dare la propria vita, a costoro non solo si deve riconoscenza, ma si deve cercare di onorare il loro sacrificio cercando di non scordare il loro impegno e soprattutto cercando di dare il nostro contributo nelle nostre azioni quotidiane, anche professionali.
Anche per questo l’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia si occupa di legalità!
Anche per questo oggi ci ritroviamo a discutere operativamente sull’attualità della relazione di minoranza.
