Editoriale

Come difendere le nostre città dal caldo

L’articolo di Mario Tozzi dello scorso 5 agosto ha aperto un confronto con il presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, Christian Rocchi, sul tema delle strategie e delle responsabilità nella progettazione di città più resilienti ai cambiamenti climatici. La lettera inviata a La Stampa e la risposta ricevuta pubblicate il 7 agosto

Gentile Direttore,
abbiamo letto con stupore l’articolo pubblicato da La Stampa lo scorso mercoledì, a firma del noto divulgatore scientifico Mario Tozzi. Nel testo si mescolano alcuni concetti che ci portano a pensare che l’autore non abbia piena contezza né della storia delle città, né del loro recente sviluppo e, tantomeno, del lavoro degli architetti.

Ad esempio, scrive: «Il mantenimento del fresco: mura in pietra molto spesse, finestre grandi, camere a canne, ingegnosi sistemi per creare correnti d’aria». Su questo passaggio è necessario fare alcune precisazioni. Le “mura spesse” (muratura portante, in gergo tecnico) ritardano il passaggio del caldo e del freddo grazie all’inerzia termica: accumulano il calore durante il giorno e lo rilasciano di notte. Le finestre grandi, che all’epoca avevano vetri di appena quattro millimetri, erano invece un immediato veicolo di passaggio per caldo e freddo. Le cosiddette camere a canne, una sorta di controsoffitto, non erano pensate per favorire il microclima interno, ma per evitare che lo sfarinamento della calce dei solai ricadesse negli ambienti sottostanti. Sarebbe stato più corretto citare i sottotetti non abitabili, che svolgevano una reale funzione di isolamento termico.

Passando alla vegetazione urbana, Tozzi afferma che essa «sembra non essere una priorità per i nostri architetti, che non riescono a capire come ci sia bisogno di boschi orizzontali, invece che verticali». Ci pare riduttivo attribuire questa responsabilità ad un solo edificio milanese, che rappresenta un’eccezione, così come eccezionale è la Biblioteca degli Alberi (BAM), realizzata proprio ai piedi del Bosco Verticale, con oltre 100 specie, circa 500 alberi e 135.000 piante: un vero “bosco orizzontale”, progettato da paesaggisti olandesi e architetti italiani.

Riteniamo utile ricordare alcuni dati. Negli ultimi settant’anni lo sviluppo delle nostre città è avvenuto troppo spesso attraverso i condoni edilizi, che hanno sanato abusi e consentito la realizzazione di interi quartieri senza regole, più che con una rigorosa applicazione delle norme urbanistiche. Le città, inoltre, sono state costruite solo in minima parte dagli architetti. Secondo una ricerca del Cresme, il 40% dell’edificato è abusivo, il 40% è opera dei geometri, l’11% degli architetti e il 9% degli ingegneri. Dati che dimostrano come lo sviluppo delle città sia stato da tempo preda dell’edilizia più che dell’architettura.

Non comprendiamo, relativamente al verde urbano, come si possa attribuire agli architetti la responsabilità dell’aumento delle temperature. Su questo tema, negli ultimi trent’anni, abbiamo “abbaiato alla luna” senza che nessuno ci ascoltasse. Gli architetti sono ben consci che la trasformazione delle città passa attraverso una visione complessiva regolata dai piani regolatori che dettano le politiche urbane. Roma, ad esempio, ha recentemente modificato le Norme Tecniche di Attuazione del PRG cercando di andare proprio verso dei criteri di sostenibilità ambientale, chiamati a governare non solo le trasformazioni della città, ma a incidere concretamente sulla qualità della vita dei cittadini.

Non individuando i veri problemi non permettiamo ai cittadini di avere una coscienza comune, quindi, di pretendere dalla politica delle soluzioni efficaci. Sarebbe il momento di affidarsi di più agli architetti e meno all’abusivismo edilizio. Questo avremmo voluto leggere da un divulgatore scientifico.

Christian Rocchi – Presidente Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia

Risponde Mario Tozzi

Leggo, con la sensazione di aver fatto centro, le rimostranze degli architetti al mio articolo. Ma non li ho affatto incolpati né di essere gli unici progettisti (e tantomeno costruttori) di città e nemmeno di non tenere conto dei tempi che cambiano, solo di essere costantemente poco efficaci e innamorati dei simboli più che delle soluzioni concrete. Ho citato en-passant le vecchie costruzioni, ma mi riferivo a quelle più antiche, in particolare a Villa Madama a Roma, un edificio, progettato da Raffaello nel 1518, caratterizzato da mura ad altissima inerzia termica e addirittura da una “loggia bioclimatica”.

L’unica mia notazione critica è determinata dai fatti, per esempio le piazze recentemente ristrutturate a Roma: pochi alberi già morti a Piazza dei Cinquecento (45.000 mq di cemento e asfalto), quattro alberi di numero a Piazza San Silvestro, zero a San Lorenzo in Lucina e 50 a Piazza Pia che, essendo pedonale, poteva aspirare a un bosco intero. Come fanno a Parigi, non solo nella ricordata Piazza Hotel de Ville, ma anche a Piazza Catalogna o a Place d’Italie.

Prendo volentieri atto che la responsabilità di non aver incluso il verde sia esclusivamente della politica. E, mentre sono sicuro di non saperne abbastanza di città, coltivo il dubbio che alcuni architetti sulla funzione strutturale del verde (urbano e non) siano ancora in ritardo.