Editoriale

Una testimonianza personale sulla memoria e la legalità

Testo ricevuto al termine dell'evento svoltosi lo scorso 22 maggio presso l'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica in occasione della Giornata dei Diritti.

Ritenendo questa riflessione, inviata al Presidente Rocchi dal collega Arch. Aliquó, particolarmente preziosa sia per i temi affrontati sia per le emozioni che l’evento ha suscitato, abbiamo deciso, con il consenso dell’autore, di condividerla pubblicamente.

Gentile Presidente,
negli anni novanta ero un ragazzo poco più che ventenne, studente universitario, figlio della borghesia palermitana. Di quella borghesia che avrebbe dovuto rappresentare la parte sana della città, quella della lotta alla mafia. Ero figlio di uno “sbirro”: mio padre era un magistrato della Direzione Antimafia.
Abbiamo vissuto per anni sotto scorta. Sempre. Con la paura accanto, pure quando si finisce quasi per abituarsi anche a quella.
Eppure non partecipai mai alle grandi manifestazioni di piazza, al tempo dei lenzuoli bianchi ai balconi. Non so dire nemmeno oggi se mi sembrassero inutili o se, semplicemente, non riuscissi a sentirmi parte di quella dimensione collettiva. Andai ai funerali di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta. Piantai lì il mio dolore, e poi basta.
Pensai che il modo migliore per reagire fosse un altro: lavorare, provare a contrastare quel modello di società che sentivo estraneo e sbagliato. In questo percorso, da architetto, e da amministratore pubblico, mi sono sentito spesso scomodo, a volte sconfitto, altre volte fastidioso o inadeguato. Ho convissuto a lungo con una sorta di sindrome dell’impostore: come se non meritassi davvero i risultati professionali raggiunti.
Mi sono vergognato della società in cui vivevo. Ma, a pensarci bene, anche del contrario: di non aver gridato abbastanza, di non essere corso in piazza, di non aver urlato la mia rabbia nei luoghi delle stragi.
Per questo oggi ascoltarvi mi ha colpito profondamente. Sentire come Palermo e noi palermitani venivamo percepiti da fuori, da altre città, mi ha fatto guardare quegli anni con occhi diversi. Perché noi da adolescenti, ci orientavamo non con i nomi delle strade, ma con quelli dei morti ammazzati. A proposito: Via Alfieri, per quelli della mia età, non è mai stata via Alfieri: era “viadovehannoammazzatiLiberoGrassi”. Così, tutto attaccato, come una etichetta, non come un dramma.
Grazie per avermi dato l’occasione di ascoltarvi. Per me, palermitano, architetto che oggi si occupa di sanità pubblica, è stato un momento molto intenso ed emozionante.
Scusa se non ti ho salutato ma sono dovuto andar via dopo l’intervento di Filippo Anelli.
Ancora grazie.
Angelo Aliquò