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Architettura
17 Settembre 2026

Alison Brooks alla Casa dell’Architettura: progetto, comunità e futuro della città

Ricerca sul contesto, rapporto tra architettura e comunità, scelta dei materiali e dialogo tra contemporaneità e memoria sono alcuni dei temi al centro della lecture dell’architetta britannica, ospite lo scorso 16 settembre del ciclo «Conversazioni sulla pratica del progetto»

Leggere il luogo prima di trasformarlo, mettere in relazione ricerca e progetto, considerare l’architettura non soltanto come costruzione di edifici ma come strumento capace di produrre identità, relazioni e qualità dello spazio collettivo. Con una pratica che parte dall’«ascolto» del contesto e arriva alla definizione delle scelte progettuali attraverso un processo fatto di studio e sperimentazione. Ed un approccio nel quale anche il rapporto con la città, il tempo, i materiali diventano parte di una riflessione più ampia sul ruolo dell’architettura contemporanea.

È anche questa la prospettiva attraverso cui si è sviluppato l’incontro con Alison Brooks, fondatrice dello studio londinese Alison Brooks Architects, ospite lo scorso 16 settembre alla Casa dellArchitettura per il nuovo appuntamento del ciclo «Conversazioni sulla pratica del progetto”, promosso dall’Ordine degli Architetti di Roma. L’iniziativa rientra nella rassegna «Contemporanea», il programma culturale della Casa dell’Architettura. 

La progettista britannica ha rilasciato una intervista esclusiva alla Redazione OAR

L’evento

Il format delle «Conversazioni» si è sviluppato, come di consueto, con una prima parte affidata alla lecture dell’architetto invitato, chiamato a presentare progetti realizzati e non realizzati e, attraverso questi, a raccontare il proprio modo di intendere la pratica progettuale. Alla lecture è seguito un confronto con progettisti, ricercatori o rappresentanti del mondo accademico, pensato per approfondire criticamente i temi emersi durante la presentazione. 

Ad aprire l’appuntamento sono stati Christian Rocchi, presidente OAR, Abigail Brundin, direttrice della British School at Rome, e Claudia Ricciardi, direttrice della Casa dell’Architettura e coordinatrice scientifica del ciclo.

Nel suo intervento, Christian Rocchi ha sottolineato il valore del confronto con realtà e punti di vista internazionali: «Il lavoro fatto con le accademie è un lavoro di straordinaria importanza. È importante vedere le cose da altre prospettive, da prospettive che non siano soltanto locali, ma che siano estere, perché ci danno un modo di imparare cose su Roma che normalmente stando qui non vediamo». Un confronto che, nelle parole del presidente OAR, rappresenta quindi anche «un’occasione per rileggere la stessa città attraverso sguardi esterni».

Sulla collaborazione con la British School at Rome si è soffermata Abigail Brundin, ricordando la crescita dei programmi di architettura dell’istituzione e il ruolo che Roma continua a svolgere nella formazione di giovani progettisti: «Ogni anno abbiamo un gruppo di giovani architetti con noi che vengono da tutte le parti del Regno Unito per una settimana, quest’anno con un tutor di grande fama come Alison Brooks: hanno la fortuna di vedere Roma attraverso i suoi occhi e imparare le cose che lei vuole fargli vedere, ma anche, e questo è tanto importante, insieme ai romani che vedono le cose in modo diverso». Brundin ha inoltre ricordato il 125° anniversario della British School at Rome.

A introdurre il ciclo è stata invece Claudia Ricciardi, che ha evidenziato il valore dello scambio con gli studi internazionali e il rapporto tra contemporaneità e memoria: «Questo ciclo parte dal passato per cercare di scorgere il futuro e rappresenta un momento di grande interesse per parlare del progetto, un progetto che rivendichiamo come un momento di assoluta e imprescindibile necessità per lo spazio urbano, per lo spazio domestico. Farlo attraverso il confronto con tanti studi internazionali è assolutamente necessario». Ricciardi ha poi richiamato la particolare impostazione dello studio di Brooks, «capace di tenere insieme arte e creatività con la ricerca di nuove forme di identità civica e di un sentire comune».

La lecture

Con la lecture «Welcoming Gravity», Alison Brooks ha ripercorso alcuni dei progetti più significativi dello studio, affrontando il tema del progetto come processo di ricerca e mettendo in relazione esperienza diretta, analisi del contesto, forma, materia e dimensione collettiva. «Per me ogni progetto è una forma di ricerca: culturale, sociale, geografica, storica – ha spiegato Brooks nell’intervista concessa alla redazione OAR –. Il primo passo è sempre andare nei luoghi. Non credo davvero nei progetti che si possono fare senza esserci stati, senza aver percepito la luce, la qualità dei materiali, incontrato le persone e visto come viene utilizzato un luogo». A questa conoscenza diretta si affianca una ricerca documentale attraverso libri e fonti online, dalla quale lo studio costruisce un quadro progressivamente più preciso delle caratteristiche del progetto.

Il passaggio dalla ricerca alla forma non è però immediato. «È un processo di scoperta – ha proseguito Brooks –. Gli elementi che emergono vengono progressivamente tradotti nella risposta al cliente e nel progetto. Assorbire, comprendere e poi concentrarsi su alcune direzioni: questo è il processo. Realizziamo molti modelli tridimensionali, diagrammi e cerchiamo anche di scrivere molto. Credo che la forza delle parole sia strettamente legata alle idee architettoniche: bisogna essere capaci di esprimere quelle idee attraverso le parole».

Una metodologia che non esclude la componente intuitiva e personale. «È un processo iterativo e dentro questo processo entra anche l’istinto. Ci sono idee subconscie che emergono, così come la memoria e lesperienza personale»

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Tra i temi centrali della lecture anche il rapporto tra architettura, abitare e costruzione delle comunità. A partire da Accordia a Cambridge, vincitore del RIBA Stirling Prize, Brooks ha spiegato come larchitettura possa contribuire alla costruzione di luoghi condivisi senza ridurre il concetto di comunità a una semplice aggregazione di persone con interessi comuni. «Credo che l’architettura sia davvero fondamentale nel costruire comunità – ha detto l’architetta – , ma è importante distinguere il concetto di quartiere da quello di comunità. Le comunità sono gruppi di persone con interessi condivisi, mentre i quartieri possono essere un contenitore per molte comunità differenti. Larchitettura deve essere abbastanza aperta e generosa, ben pensata e ben costruita, perché le persone possano sentirsi legate a quel luogo».

Da qui l’importanza dello spazio collettivo e delle occasioni di incontro: «Perché una comunità possa consolidarsi ha bisogno di luoghi in cui incontrarsi, di spazi fisici e non soltanto online. Bisogna creare luoghi belli, con viste, soffitti alti o sequenze di spazi informali nei quali le persone possano trovare il proprio posto». Una concezione dello spazio pubblico che Brooks applica anche agli edifici per l’istruzione e alla progettazione residenziale, evitando una separazione rigida tra spazi di passaggio e spazi da abitare.

Anche la scelta dei materiali diventa parte di questa idea di durata e di appartenenza. «La sostenibilità consiste anche nel costruire per il lungo periodo – ha osservato Brooks –. Sto utilizzando sempre più pietra, mattoni e altre terrecotte: materiali riciclabili, che possono essere anche smontati. Costruire per centinaia di anni, non soltanto per decenni». E ancora: «Creare luoghi che le persone amino, così che se ne prendano cura nel tempo, è un modo di essere sostenibili».

La riflessione si è infine spostata su Roma e sul rapporto tra architettura contemporanea e patrimonio storico. Per Brooks la città non deve essere trattata come un museo, ma può diventare il luogo di un confronto produttivo tra memoria e futuro: «La cosa straordinaria di città come Roma è la possibilità di portare idee contemporanee e creare un dialogo tra memoria e futuro, tra storia e presente, celebrando questa differenza. Non credo che nessuno voglia che una città sia un museo». Da qui anche l’idea di una trasformazione capace di utilizzare il patrimonio storico come punto di partenza per nuove forme di «abitabilità urbana»: «Dobbiamo pensare – ha detto – a ciò che stiamo facendo oggi come al patrimonio del futuro. Come possiamo costruire un patrimonio futuro che sia amato e che permetta un nuovo modo di concepire una vita urbana di grande qualità? Credo che Roma abbia questo potenziale».

Il dialogo

Dopo la lecture, l’evento si è concluso, come previsto, con una conversazione tra Brooks e Lorenzo Domenella, architetto dello studio Bunker, chiamato a raccogliere e rilanciare i temi emersi nella presentazione a partire dall’esperienza del suo stesso studio. «Abbiamo impostato il dialogo – ha detto – partendo da una veloce presentazione dei nostri lavori e delle tematiche affrontate negli ultimi anni, provando a far emergere temi e questioni fondanti e cruciali per il nostro tempo e per la nostra pratica professionale, con l’idea di trovare delle affinità, dei punti in comune, ma eventualmente anche delle contraddizioni e delle contrapposizioni rispetto alla pratica e al contesto lavorativo di Alison Brooks». Al centro del confronto, lo spazio pubblico e la progettazione per le comunità, la questione ambientale e l’economia delle risorse, ma anche l’idea dell’edificio come «opera aperta», capace di accogliere usi futuri e di adattarsi nel tempo.

La video riflessione di Lorenzo Domenella

Video interviste e fotografie di Francesco Nariello

(FN)

di Francesco Nariello

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