Una pratica che si muove sul confine tra ricerca teorica e costruzione concreta, dove materiali strutturali lasciati a vista, sperimentazioni in chiave tettonica e nuove modalità collaborative diventano elementi per interrogare il presente urbano e sociale. Attraverso un’architettura che mette continuamente in discussione i propri strumenti, capace di trasformare il progetto stesso in una riflessione critica sulla città contemporanea, sul rapporto tra costruzione e materia, tra sostenibilità, storia e «responsabilità etica» del progettare.
Sono alcuni dei temi emersi dall’incontro dello scorso 15 maggio alla Casa dell’Architettura – con il coordinamento scientifico di Claudia Ricciardi e Michela Falcone – che ha visto come protagonista Amin Taha, partner dello studio londinese Groupwork Architects, nuovo appuntamento del ciclo «Conversazioni sulla pratica del progetto» – nell’ambito della rassegna CONTEMPORANEA Contaminazioni -, che vede l’incontro tra progettisti e studi di caratura internazionale, ricercatori e studi emergenti: ogni evento prevede una lecture principale seguita da un dialogo critico, pensato per approfondire i temi trattati.
Ad aprire l’incontro sono stati Claudia Ricciardi, direttrice della Casa dell’Architettura, e il presidente OAR, Christian Rocchi. Ricciardi ha ricordato come il ciclo «Conversazioni sulla pratica del progetto» nasca «con l’obiettivo di riportare il progetto al centro del dibattito, inteso come sintesi tra ricerca teorica e sperimentazione spaziale, all’interno di una riflessione più ampia sul contemporaneo promossa dalla Casa dell’Architettura». Rocchi ha invece ribadito il valore culturale di appuntamenti capaci di mettere Roma in dialogo con esperienze internazionali: «Raccontare l’attività di studi internazionali di alto profilo e chiara fama – ha detto – ci permette di avere uno sguardo sull’architettura contemporanea, arricchire riflessioni e ragionamenti».
La lecture di Amin Taha
Nel corso della sua lecture, dal titolo «The Measure of Architecture», Amin Taha ha presentato alcuni dei progetti più significativi di Groupwork Architects, tra cui 15 Clerkenwell Close, Barrett’s Grove, Bleeding Heart Yard, Christ’s College Cambridge, oltre alle sperimentazioni dedicate ai temi della costruzione in pietra e dell’architettura anche in chiave antisismica. Al centro della riflessione, i temi della materialità, della «riconoscibilità» strutturale e del rapporto tra architettura e costruzione.
Taha – che a margine dell’evento ha rilasciato una video intervista alla redazione OAR (qui sotto nella sua versione integrale) – ha approfondito, tra l’altro, il metodo di lavoro dello studio e il ruolo della collaborazione nel processo progettuale. «Abbiamo una struttura relativamente orizzontale – ha spiegato -. Ogni progetto viene discusso collettivamente almeno una volta a settimana e tutti possono contribuire con idee, dal neolaureato alla figura più senior». Un approccio che, secondo l’architetto, «permette di integrare nel progetto aspetti etici, economici e costruttivi». La definizione più ampia di architettura, infatti, «deve includere anche l’etica: integrità strutturale, costi, utilità e bellezza. Tutti questi aspetti inevitabilmente influenzano il progetto».
Ampio spazio è stato dedicato anche al tema della materia e della costruzione, centrali nella ricerca di Groupwork Architects. Parlando di «15 Clerkenwell Close», uno dei progetti più iconici dello studio, Taha ha raccontato come l’uso della pietra strutturale sia nato dal tentativo di semplificare il rapporto tra materiali e costruzione: «Ci siamo chiesti se fosse possibile evitare sistemi complessi in cui cinque materiali doversi tentano di essere una colonna in pietra e utilizzare invece un solo materiale: letteralmente un grande pezzo di pietra». Da qui la sperimentazione sulla pietra portante tagliata direttamente dalla cava «in funzione delle esigenze strutturali»: l’architettura – rimarca l’architetto – «può semplicemente essere ciò che si trova nel terreno, con la competenza del cavatore, dello scalpellino e dell’ingegnere».
Tra i temi affrontati anche quello della collaborazione interdisciplinare, che per Taha rappresenta il cuore stesso del progetto contemporaneo. «I migliori risultati arrivano dalla collaborazione – osserva -. Non solo tra architetti, ma anche con ingegneri, consulenti, paesaggisti. Tutto il team deve restare attorno allo stesso tavolo». Proprio da questo confronto continuo, ha spiegato, «possono nascere soluzioni capaci di ridurre costi, consumo di carbonio e impatto ambientale, trasformando vincoli tecnici in qualità spaziali e ambientali».
La video intervista ad Amin Taha
Nel dialogo successivo alla lecture, condotto da Lavinia Ann Minciacchi dello studio Brunelli Ann Minciacchi, sono stati approfonditi alcuni dei temi centrali della ricerca di Groupwork. «Nell’incontro con Amin Taha – afferma la progettista – affrontiamo il tema del rapporto con l’esistente, quindi il rapporto con la storia e come agire in un contesto esistente, come può essere quello di Londra o quello di Roma». Tra i temi importanti dell’architettura di Groupwork, ha aggiunto, «c’è quello della leggibilità della costruzione, dell’unità strutturale, ma anche la capacità, talvolta, di contraddire questa logica con decorazioni e oggetti quasi onirici». Un confronto che ha toccato anche i temi dell’«embodied carbon» nei materiali, dell’etica dell’architetto e del rapporto tra tettonica e decorazione, «aprendo una riflessione più ampia sul ruolo dell’architettura contemporanea nella trasformazione della città».
La video pillola di Lavinia Ann Minciacchi
Video interviste e fotografie di Francesco Nariello
Immagine di copertina: dettaglio di Groupwork Architects. 15 Clerkenwell Close, Londra, UK. @Timothy Soar