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Architettura
27 Ottobre 2026

Restauro dei Palazzi di Roma, il colore tra conoscenza, autenticità, scelte di cantiere

Alla Casa dell’Architettura il confronto promosso dall’OAR sui criteri per intervenire sulle superfici dell’edilizia storica. Dalla ricerca documentale alle esperienze operative, un percorso per riportare al centro della formazione un tema decisivo per la qualità del paesaggio urbano

Conoscere gli edifici, comprenderne le trasformazioni e tradurre la ricerca in scelte di restauro consapevoli: intervenire sui palazzi storici di Roma richiede strumenti capaci di tenere insieme – tra l’altro – competenze progettuali, indagine documentale ed esperienza di cantiere. Un lavoro che investe l’autenticità materiale delle architetture e l’identità del paesaggio urbano. In questo quadro, il trattamento delle superfici e la scelta del colore «diventano parte di una riflessione più ampia sui valori da conservare e sulle modalità con cui trasmetterli». Sono stati questi i temi al centro di «I palazzi di Roma – I criteri per la scelta del colore», il convegno organizzato dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia lo scorso 23 ottobre alla Casa dell’Architettura. Un pomeriggio di confronto – con il coordinamento scientifico di Maria Costanza Pierdominici, vicepresidente OAR, Commissione Formazione, e Roberta Maria Dal Mas, consigliera OAR con delega ai Rapporti con l’Università – tra docenti universitari, professionisti impegnati nella direzione dei lavori e architetti delle istituzioni di tutela, attraverso casi di studio, esperienze di restauro e un dibattito sui presupposti delle scelte operative.

Il lavori sono stati aperti da Christian Rocchi, presidente OAR, che ha richiamato la complessità degli interventi sull’edilizia di pregio e la necessità di fornire agli architetti strumenti adeguati. «Intervenire su un’architettura con secoli di vita, che sia rinascimentale o barocca, è forse uno dei lavori più complicati per un architetto, che quindi deve avere a disposizione gli strumenti giusti. Le competenze necessarie vanno dalla capacità di indirizzare le analisi conoscitive del palazzo, che spesso purtroppo non sono complete in fase di progettazione, fino al cantiere e alla realizzazione del restauro. Il progetto continua anche nelle fasi di cantiere e, insieme al progetto, proseguono la relazione storica e la ricerca di documenti che possano indicare quale sia la via più corretta per procedere». «L’intervento di restauro – ha proseguito Rocchi – non può prescindere dalla storia dell’edificio, dalle circostanze in cui ha vissuto e dal suo intorno. Si è portati a pensare che il restauro sia qualcosa di definitivo e quasi di gelido. In realtà è una disciplina aperta, interessante e in continuo movimento». Da qui il valore della formazione continua, anche per gli operatori, sui materiali e sulle tecniche di applicazione.

La video riflessione di Christian Rocchi

A introdurre il tema e le ragioni dell’iniziativa è stata Roberta Maria Dal Mas, sottolineando l’impegno dell’Ordine a dare continuità al confronto e a svilupparne soprattutto le ricadute professionali. «Questa iniziativa ha riportato l’attenzione sul colore delle superfici architettoniche, un tema molto dibattuto sopratutto tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento e un po’ trascurato negli ultimi anni. È importante averlo rimesso al centro della discussione. Visto l’interesse che ha sollevato, l’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia si impegna a portarlo avanti, soprattutto con un preciso risvolto pratico, che sia di indirizzo anche per gli iscritti». L’obiettivo, ha proseguito, «è fare del confronto – tra approcci ed esperienze – uno strumento utile per chi interviene sul patrimonio. Nell’ambito della giornata, in particolare, sono emersi un ampio dibattito e un proficuo scambio di idee, con l’approfondimento di tanti aspetti pratici sul tema del colore delle facciate. Sono venute fuori questioni molto operative, a partire – ad esempio – da come si realizza un intonaco: conoscenze utili per tutti gli architetti che lavorano sui monumenti. L’impegno è non abbandonare questa tematica, ma incontrarci per ulteriori approfondimenti e scambi di opinioni».

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Sul rapporto, tra l’altro, tra superfici, conservazione e immagine della città si è soffermata Daniela Esposito, direttrice del Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura della Sapienza Università di Roma. «Dagli anni Settanta del Novecento vi è stata una presa di coscienza nei confronti di un approccio critico al problema della conservazione dell’autenticità e delle superfici architettoniche, ma soprattutto del colore come elemento qualificante di un tessuto e di un paesaggio urbano. Parlare di colore oggi significa quindi riprendere un tema ampiamente sperimentato, che ha suscitato molte polemiche nel passato e sul quale si sono prodotte teorie e applicazioni operative anche molto diverse: dalla sostituzione totale fino alla conservazione integrale di parti ammalorate, consolidate nel loro stato». Scelte che esprimono diversi modi di intendere l’autenticità materiale: «La superficie – ha aggiunto – conferisce un’immagine finale complessiva e, insieme alle membrature architettoniche e agli spazi, qualifica interi centri storici, quello che chiamiamo paesaggio urbano. Riprendere queste tematiche davanti agli interventi realizzati negli ultimi anni sulle facciate della città storica, in particolare di Roma, significa riaprire un dibattito mai completamente esaurito. L’iniziativa dell’Ordine, in accordo con le nostre università, rimette in discussione principi, criteri e anche operatività».

La video intervista di Daniela Esposito

A leggere gli esiti di queste trasformazioni è stata Donatella Fiorani, direttrice della Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio della Sapienza Università di Roma. «Quando questo dibattito si sviluppava, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Roma era un’altra città: aveva colori ocracei, a volte ocra scuro, palazzi spesso dilavati, con cornici delle finestre colorate esattamente come i fondi. Oggi ci appare una città diversa, chiara, con una maggiore attenzione all’impaginato dei fronti, ma anche una città che ha perso qualcosa: ha perso la patina». Riattivare la riflessione significa – dunque – valutare criticamente le pratiche consolidate e valorizzare le esperienze migliori: «Il dibattito – ha osservato – si è un po’ esaurito a partire dall’inizio degli anni Duemila perché, avendo acquisito strumenti e conoscenze, si è pensato di poter procedere con una prassi. Tornare a riflettere a partire da ciò che vediamo oggi nella città può essere utile anche per valorizzare esperienze molto positive. Ci sono interventi di grandissima qualità, soprattutto nel restauro monumentale, meno nell’edilizia diffusa. A volte, invece, gli interventi sostitutivi fanno perdere l’autenticità materiale della fabbrica e restituiscono colori moderni, in contrasto con le caratteristiche cromatiche delle tinteggiature storiche. Una maggiore consapevolezza dei professionisti può aiutare a evitare queste problematiche».

La video intervista di Donatella Fiorani

Ad approfondire metodologie e scelte di cantiere – nello sviluppo del convengo – sono stati i contributi dei relatori. Enrico Da Gai, architetto e direttore dei lavori del cantiere del palazzo Doria Pamphilj a piazza Navona, ha affrontato il tema partendo da una domanda: «Ripristiniamo o interpretiamo liberamente?», richiamando «Innocenzo X, i Pamphilj, Virgilio Spada, Francesco Borrromini e il ‘color d’aria’». Ilaria Delsere, architetto della Soprintendenza Speciale di Roma, ha illustrato «il recupero dei fondi pozzolanici nelle facciate romane» attraverso il caso dell’ex convento dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino. Alla «metodologia per il restauro del colore, due interventi su via Giulia», è stato dedicato il contributo di Anna Rutiloni, architetto della Soprintendenza Speciale di Roma. Francesca Romana Liserre, funzionario architetto dell’Istituto Centrale per il Restauro del Ministero della Cultura, ha approfondito «lo studio dell’antico come riferimento per il colore e la materia dei palazzi rinascimentali». Dimitri Ticconi, architetto e professore a contratto di Storia dell’Architettura e dell’Arte Contemporanea alla Sapienza Università di Roma, ha proposto una lettura del rapporto tra «architettura e colore a Roma tra Seicento e Novecento: esperienze di restauro e casi di studio». Il dibattito conclusivo, con Roberta Maria Dal Mas e l’architetto Antonella Neri, ha riportato il confronto – come detto – sulle implicazioni operative degli interventi e sulla prospettiva di ulteriori occasioni di approfondimento. (FN)

Video interviste di Francesco Nariello

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