Un’architettura capace di misurarsi con il tessuto urbano senza rinunciare alla qualità del dettaglio, alla cura dei materiali e a una forte identità formale, in equilibrio tra innovazione costruttiva e rapporto con il paesaggio della città. Dalle facciate «trasparenti» ai grandi tagli vetrati, dai balconi sospesi alla integrazione del «verde» nelle strutture, con la continua ricerca di un dialogo tra interno ed esterno: sono alcuni degli «elementi» che hanno contribuito a ridefinire, nel secondo Novecento, il linguaggio della palazzina romana – e non solo -, trasformando un modello edilizio nato anche da esigenze normative in un laboratorio di sperimentazione architettonica. Protagonista di questo approccio progettuale è stato l’architetto Venturino Ventura, figura alla quale è stato dedicato il convegno omonimo con il sottotitolo «Uno sguardo tra passato e futuro», organizzato dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia e svoltosi lo scorso 18 maggio alla Casa dell’Architettura. L’iniziativa, con il coordinamento scientifico di Luca Ribichini, coordinatore Commissione Formazione OAR, e Paolo Verdeschi, Commissione Archivi e Osservatorio 900 OAR, ha riunito architetti, studiosi, storici dell’architettura, ricercatori e professionisti per rileggere il lavoro di Ventura (1910-1991) e riflettere sul valore culturale e progettuale della palazzina romana, ma anche sui temi della conservazione e della conoscenza del patrimonio moderno.

Ad aprire il convegno è stato il vicepresidente OAR, Lorenzo Busnengo, che ha sottolineato il valore culturale dell’iniziativa e il ruolo dell’architettura nella costruzione della qualità urbana, rimarcando l’importanza di «ragionare sulla esperienza professionale di Ventura a Roma, con la progettazione di palazzine e ville che hanno contraddistinto il secondo Novecento, dando quel segno di qualità, investimento e rivisitazione di una tipologia costruttiva che nasce da un regolamento edilizio, con risvolti in termini di qualità architettonica e riflessi su interi quadranti urbani in cui si andava a intervenire. Momenti di riflessione culturale che pongono l’architetto al centro della vita sociale nelle trasformazioni, anche stratificate, della nostra città».
Nel corso della sua introduzione, Luca Ribichini, coordinatore Commissione Formazione OAR, ha evidenziato come il convegno abbia rappresentato un’occasione di rilettura critica della figura di Ventura, troppo a lungo rimasta ai margini della storiografia architettonica romana. «Dedichiamo una giornata di approfondimento e di studio ad un architetto romano che ha costruito moltissimo e che nella sua vita professionale non è stato riconosciuto come avrebbe meritato. Venturino Ventura è stato un genio assoluto, un grande architetto che ha lasciato testimonianze importantissime soprattutto nelle palazzine e che oggi, passando per vie di Roma, come via Bruxelles, possiamo finalmente osservare e comprendere nella loro straordinaria forza creativa». Ribichini ha poi richiamato il ruolo centrale della palazzina nell’identità urbana della capitale: «La palazzina resta uno degli elementi più identificativi di Roma, con quella capacità di costruire un piccolo microcosmo urbano nei suoi tre, quattro o cinque piani. È una tipologia che i grandi architetti romani hanno saputo declinare in modi diversissimi, lasciandone testimonianze eccellenti».
La video riflessione di Luca Ribichini
Sul tema della conservazione e della conoscenza del patrimonio moderno si è soffermato Paolo Verdeschi, Commissione Archivi e Osservatorio 900 OAR, rimarcando come la giornata, «oltre a essere un momento di conoscenza di uno straordinario architetto, punta anche sensibilizzare chi vive in palazzi di qualità architettonica sull’importanza di conservarli nel migliore dei modi. Si parla di archivi, metodologie costruttive, intenzioni progettuali e strumenti utili a costruire inizialmente un piano di manutenzione e poi a intervenire in maniera filologica e corretta. Il rischio, oggi, è infatti quello di perdere progressivamente la consapevolezza del valore di queste architetture attraverso ristrutturazioni che ne cancellano il linguaggio originario».
Il video di Paolo Verdeschi
Una lettura critica dell’opera di Ventura è stata al centro dell’intervento di Franco Purini, professore emerito di Progettazione architettonica alla Sapienza, che ha ricostruito l’evoluzione del linguaggio dell’architetto romano attraverso le sue principali opere. «È corretto – ha spiegato – che Venturino Ventura rientri nel novero dei grandi architetti romani. Le sue palazzine hanno introdotto una trasparenza delle facciate assolutamente innovativa: grandi superfici vetrate, elementi di acciaio molto esili, coperture leggere, una capacità di dialogare con la città attraverso un linguaggio raffinato e moderno». Purini ha ricordato alcuni degli edifici più significativi realizzati dall’architetto, dalle palazzine di via Bruxelles fino agli interventi lungo la Camilluccia e Monte Mario: «Ci sono invenzioni straordinarie, come quei balconi di quattro metri per quattro sostenuti da travi in acciaio, un elemento che non esisteva nella palazzina romana di quegli anni. Oppure le architetture a ridosso di Villa Brasini, che considero tra le più belle mai costruite a Roma». Da qui la conferma del sostegno alle attività dell’Ordine degli Architetti di Roma per «riconsegnare alla conoscenza collettiva grandi progettisti romani che troppo spesso non compaiono nei libri di storia dell’architettura. È fondamentale che le nuove generazioni possano studiare e comprendere ciò che Ventura ha costruito nel corso degli anni».

Presente in sala Mario Ventura, architetto e figlio di Venturino, che ha trasmesso un ricordo personale e professionale di suo padre: «Era un uomo schivo, molto legato al lavoro e al suo studio. Viveva dentro il progetto e dentro il cantiere. Però ha avuto intuizioni straordinarie, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, quando certe soluzioni erano assolutamente inedite». Mario Ventura ha poi ricordato alcuni aspetti distintivi della sua ricerca progettuale: «La ricerca della luminosità negli interni era fondamentale. L’esterno era sempre compenetrato con l’interno, la natura entrava dentro le case. Questo avveniva anche attraverso i materiali: la pietra di tufo, le superfici materiche, il sassettato della casa di via Bruxelles, con quei sassi scelti uno per uno nel fiume e poi composti quasi come un mosaico. Era un lavoro artigianale e poetico insieme».
La video intervista a Mario Ventura
Il convegno è proseguito con il panel «Venturino Ventura: tra idea e realizzazione», moderato da Luca Ribichini, che ha visto gli interventi di professionisti, dottori di ricerca e docenti – che hanno illustrato studi, con raccolte e approfondimenti, condotti nel corso degli anni sulla figura dell’architetto – come Benedetta Tamburini, Ivan Valcerca ed Elena Mattia, la quale ha presentato un lavoro di ricerca corredato da fotografie realizzate attraverso sopralluoghi nelle opere romane progettate da Ventura. Una carrellata visiva da cui sono emersi alcuni degli elementi più ricorrenti e caratterizzanti del suo linguaggio: pensiline, terrazze e balconate, fioriere integrate nell’architettura, logge, porticati, superfici vetrate, volumi curvilinei, corti interne, sistemi di verde integrato e altri dettagli costruttivi.
La riflessione si è poi spostata sui temi degli archivi e della conservazione con il focus «Archivi e ricerca: ricostruire pensiero e metodo progettuale», moderato da Paolo Verdeschi, ma anche su aspetti del mercato, della conoscenza e della comunicazione. A sottolineare il valore della ricerca e della divulgazione come strumenti essenziali per costruire una nuova consapevolezza sul patrimonio architettonico del Novecento è stato Marco Maria Sambo, direttore editoriale di AR Magazine, la rivista dell’Ordine che «nasce proprio con l’idea di trasformarsi in un archivio permanente di ricerca sull’architettura e sul patrimonio moderno. Studiare edifici come quelli di Venturino Ventura significa comprendere le nostre radici ma anche acquisire strumenti per intervenire oggi in modo consapevole. Gli archivi e la storia del Novecento ci aiutano concretamente a fare meglio il nostro mestiere». Sambo ha infine insistito sul tema della diffusione culturale: «Le persone che abitano nelle palazzine progettate da Ventura devono sapere di vivere in edifici di grande qualità e valore. Cambiare la narrazione significa creare valore urbano e sociale. È fondamentale che questi contenuti escano dagli ambienti specialistici e raggiungano la cittadinanza. Solo così possiamo recuperare l’eredità dei grandi maestri e tornare a fare architettura nella nostra città». (FN)
Video interviste di Francesco Nariello