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10 Settembre 2026

Amatrice 2016-2026, dieci anni dopo il sisma: dalla memoria alle «lezioni» per la ricostruzione

Alla Casa dell’Architettura il convegno promosso dall’OAR ha riunito professionisti, istituzioni, amministratori e mondo della Protezione civile per rileggere l’esperienza del terremoto del Centro Italia e individuare strumenti e metodi per affrontare sempre meglio emergenza, prevenzione e ricostruzione. Tra le proposte, una maggiore conoscenza preventiva del patrimonio edilizio e l’ipotesi di un certificato di vulnerabilità sismica associato agli immobili

Dieci anni dopo il terremoto che ha colpito Amatrice e il Centro Italia – cosi come per altri eventi sismici accaduti di recente o nel passato – il tema non è soltanto quello della memoria. Ma è, soprattutto, anche quello delle lezioni da trattenere, degli errori da evitare e degli strumenti da costruire per affrontare nel modo migliore un eventuale fenomeno futuro. Tra i punti fermi, ad esempio, c’è la considerazione che la ricostruzione non riguarda solo la riparazione degli edifici, ma coinvolge la «continuità delle comunità», la qualità dei territori, la capacità delle amministrazioni di affrontare le sfide e il coordinamento tra competenze diverse. Un processo nel quale tecnici, istituzioni, Protezione civile, forze armate e amministratori devono poter dialogare e lavorare su procedure e conoscenze condivise. È stato questo il filo conduttore di «Amatrice 2016-2026», il convegno organizzato dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia lo scorso 7 settembre alla Casa dellArchitettura, con il coordinamento scientifico di Carlo Zaffina, tesoriere OAR e coordinatore della Commissione Protezione Civile OAR. Un pomeriggio di confronto articolato in più fasi, dalla gestione dell’emergenza all’analisi dei danni, dall’evoluzione delle ordinanze alle criticità della ricostruzione, fino a una riflessione sul futuro e alla presentazione del Progetto SMART preparato dalla Commissione Protezione Civile OAR.

Dalle testimonianze che si sono alternate sul palco è emersa una lettura non sempre univoca, ma proprio per questo importante: da chi ha vissuto il sisma sul campo a chi ha gestito l’emergenza, da chi ha dovuto e deve affrontare la ricostruzione a di chi, come professionista o rappresentante delle istituzioni, ha operato nelle diverse fasi del processo. Visioni differenti che hanno fatto emergere anche proposte concrete, a partire dalla necessità di conoscere in anticipo la vulnerabilità del patrimonio edilizio e di trasformare questa conoscenza in uno strumento ordinario di prevenzione.

Ad aprire i lavori è stato Christian Rocchi, presidente OAR, che ha ricondotto il senso dell’incontro alla necessità di andare oltre una memoria puramente celebrativa. «Questo evento – ha sottolineato – ci dà la possibilità di riflettere a distanza di dieci anni su un terremoto, un fatto molto importante che ha ancora bisogno di essere decifrato nelle sue problematiche». Per il presidente dell’Ordine, l’esperienza maturata sul campo deve diventare patrimonio operativo: «Da ogni terremoto si impara. Da ogni terremoto abbiamo il dovere di imparare. Questo insegnamento ci deve dare la possibilità di inserire ogni volta nuove tecniche di costruzione, andando a modificare le modalità con cui costruiamo per essere più resilienti e fare in modo che il nostro parco edifici sia sempre più resistente ai terremoti». Rocchi ha quindi richiamato il ruolo storico dell’Ordine sul fronte della Protezione civile, ricordando come il gruppo degli architetti sia nato all’indomani del terremoto dell’Irpinia e che continua oggi attraverso la Commissione Protezione Civile OAR, impegnata non soltanto nelle attività formative e di sensibilizzazione, ma anche nel lavoro sul territorio. «È importante la conoscenza e ancora molto più importante lapproccio alledificato che sia un approccio di conoscenza». Da qui il richiamo al tema della prevenzione: «Sapere se un edificio sta lavorando a coefficienti di sicurezza al limite – afferma Rocchi – ci dà la possibilità di assegnare delle priorità e le priorità vanno affrontate. Perché non è soltanto un fatto tecnico: diventa anche un fatto morale. Gli edifici sono abitati da persone, sono vissuti da persone. Quindi avere coscienza dello stato dei nostri edifici è ancora un tema di grande importanza».

La riflessione di Christian Rocchi

Sul valore della condivisione e della continuità dell’azione si è soffermato Alessandro Panci, presidente CNAPPC e presidente emerito OAR, che ha riportato al centro l’esperienza maturata dall’Ordine di Roma e dalla sua Commissione Protezione Civile. «Tutte le azioni che si portano avanti devono – ha detto – essere azioni condivise. Dobbiamo essere capaci sempre di più di fare rete e questo lo si impara moltissimo proprio nei territori a seguito del sisma». La ricostruzione, ha poi evidenziato Panci, non può essere ridotta alla dimensione edilizia. «Dieci anni sono stati lunghi e se ne prevedono altri dieci. Quello che dobbiamo cercare di fare è non pensare solo alla ricostruzione degli edifici, ma anche a quello che è il tessuto socio-economico. Gli edifici devono tornare a essere parte di una vita quotidiana che deve poter ripartire insieme alla ricostruzione: servizi, spazi per la socializzazione, attività economiche e presidi territoriali». Se si ricostruiscono borghi senza nessuno che li abiti «serve a poco avere solo degli edifici che possono sembrare quasi finti. Perché senza la vita, senza le persone, quei luoghi hanno un aspetto completamente diverso», ha aggiunto Panci, che ha concluso: «Più preveniamo e più sarà semplice intervenire. Nei momenti di pace dobbiamo essere bravi a prepararci».

La video pillola di Alessandro Panci

A guidare il confronto tra le diverse esperienze è stato Carlo Zaffina, tesoriere OAR, coordinatore Commissione Protezione Civile OAR, che ha costruito l’evento proprio a partire dal sopralluogo svolto dalla Commissione lo scorso giugno ad Amatrice e Cittareale. Un’occasione per mettere a confronto quanto osservato nell’emergenza del 2016 con lo stato dei luoghi a dieci anni di distanza e comprendere come siano cambiate le condizioni, quali criticità siano rimaste e quali lezioni possano essere trasferite alle future emergenze. «Il tempo è passato e le criticità sono state molteplici», ha spiegato Zaffina, evidenziando il valore del confronto tra soggetti che hanno vissuto la ricostruzione da prospettive differenti. «Abbiamo messo insieme la parte politica, il Consiglio nazionale, il nostro Ordine e i sindaci in prima fila, che hanno vissuto il dramma e lo hanno affrontato anche in modo diverso». Da Cittareale alla ricostruzione di Amatrice, passando per la Soprintendenza e per l’analisi tecnica degli edifici, il convegno ha quindi proposto approcci differenti. «Abbiamo visto due sindaci che hanno vissuto il dramma e lo hanno affrontato in modo diverso – ha rimarcato il tesoriere OAR -, visioni che si sono confrontate con la Soprintendenza, con i tecnici, entrando anche nei dettagli strutturali degli edifici collassati».

Il video di Carlo Zaffina

Lo stesso Zaffina da soltanto quanto sia importante trasformare lemergenza in conoscenza: «L’emergenza è stata ben gestita – ha detto -, la ricostruzione ha vissuto diverse criticità». Come Commissione Protezione Civile OAR, ha poi rivelato, «ci siamo sentiti di lanciare un progetto che stiamo portando avanti da tempo. Si tratta del ‘Progetto SMART’ presentato come contributo metodologico per spostare il baricentro dall’intervento dopo il danno alla prevenzione. «Si parte da una constatazione -ha spiegato Zaffina -: l’Italia dispone di un patrimonio architettonico enorme, ma in larga parte fragile e non sufficientemente conosciuto. La proposta dell’Ordine degli Architetti di Roma parte dall’idea di prendere il vecchio classico fascicolo del fabbricato e trasformarlo in qualcosa di vivo, intelligente, ipertecnologico. Stiamo parlando del sistema SMART». Il concetto chiave, quindi, è di passare dalla semplice conservazione di documenti alla costruzione di una conoscenza dinamica e aggiornata del patrimonio edilizio, attraversodati, informazioni sugli edifici, caratteristiche costruttive e condizioni di vulnerabilità, che possono essere organizzati e progressivamente aggiornati all’interno di modelli digitali, diventando una base conoscitiva utilizzabile anche nella gestione dell’emergenza.

Dai sindaci le lezioni del territorio

Particolarmente significativo è stato il confronto con le esperienze dei sindaci di Amatrice e Cittareale, due territori che hanno affrontato il post-sisma con strategie differenti.

Francesco Nelli, sindaco di Cittareale, ha raccontato una scelta fondata sulla continuità dei servizi e sulla delocalizzazione di alcune funzioni. «Noi abbiamo ricostruito la scuola. Il 4 ottobre c’è stata la presentazione del progetto, il 10 novembre l’inaugurazione. Avevamo le idee chiare e siamo partiti da subito con un’idea: quella di delocalizzare i servizi». Nelli ha richiamato anche il valore delle prime verifiche di agibilità effettuate dai tecnici. «Le schede Aedes hanno un’importanza straordinaria. Dietro quella scheda c’è la vita di una persona, c’è la pratica che va avanti, c’è l’ufficio che comincia a capire di che numeri si parla. Quel foglio viene redatto attraverso i sopralluoghi ha in realtà un’importanza straordinaria». La lezione, però, riguarda anche la continuità amministrativa e la conoscenza dei territori. «Laltra cosa importante è avere la continuità, senza si rischia di cambiare da un giorno all’altro e tutto diventa molto complicato». E proprio per questo, ha aggiunto, «l’attenzione non deve esaurirsi nella fase dell’emergenza».

La riflessione di Francesco Nelli

Giorgio Cortellesi, sindaco di Amatrice, ha invece posto con forza il tema della pianificazione. «Quello che è mancato ad Amatrice è stata la pianificazione. Pianificare anche il temporaneo è importantissimo, perché poi temporaneo non è: la ricostruzione post sisma è lunga e quindi quel temporaneo diventa quasi qualcosa di permanente». Una lezione che, secondo il sindaco, dovrebbe diventare patrimonio delle future politiche di prevenzione. «In Italia mancano spesso previsione e pianificazione di quello che potrebbe essere un sisma. Siamo un Paese sismico e non facciamo una prevenzione adeguata». Da qui la proposta più concreta emersa nel corso dell’incontro: «affiancare alla documentazione ordinaria degli immobili un sistema obbligatorio di conoscenza della loro vulnerabilità sismica». Cortellesi ha ipotizzato l’inserimento, negli atti notarili relativi agli immobili, di un certificato che attesti il livello di vulnerabilità sismica delledificio, sul modello della documentazione energetica richiesta per gli immobili. «L’ho proposto a vari ministri ha spiegato -: inserirlo, come per lAPE, in un atto notarile e obbligare a inserire un certificato di vulnerabilità sismica del fabbricato. È fattibile e potrebbe aiutare». 

Per il sindaco, il problema non è soltanto tecnico. «Siamo i primi al mondo nella prima emergenza, sicuramente come Forze dell’Ordine, come Esercito, come Protezione civile. Nella fase successiva invece non siamo per niente preparati».  Il sindaco ha infine richiamato un altro elemento decisivo: la ricostruzione del tessuto sociale. «La cosa più importante dopo un sisma – ha detto – è saper pianificare il futuro di quel posto. Non è semplice farlo e non lo può fare sicuramente un Comune che è devastato e colpito da un sisma». Servono luoghi di comunità, servizi, lavoro e presidi territoriali, perché «nei paesi di montagna, nei paesi dell’Appennino, avere un luogo dove ci si incontra, dove ci si saluta, dove si fa comunità: è importantissimo».

L’intervista a Giorgio Cortellesi

Le istituzioni: prevenzione, ricostruzione e capacità di adattamento

Sul processo della ricostruzione è intervenuto in collegamento da remoto, Guido Castelli, commissario straordinario per la ricostruzione del Centro Italia, precisando come i dieci anni trascorsi dal sisma «non coincidano con dieci anni effettivi di ricostruzione: spesso parliamo di dieci anni dal terremoto, ma dobbiamo aggiungere che non sono passati dieci anni dalla ricostruzione, perché quest’ultima non è partita subito. Ha dovuto scontare agli inizi una serie di incertezze e di false partenze». Castelli ha richiamato la complessità di un cratere interessato da più eventi sismici e la progressiva evoluzione del quadro normativo. «Quattro terremoti, nella frequenza di appena cinque mesi, hanno prodotto un danno enorme e hanno costretto il legislatore ad adattare via via la risposta normativa e la disciplina amministrativa». La ricostruzione, ha aggiunto, ha poi assunto «un approccio più sistemico, superando il semplice principio del ‘dovera, comera’ e introducendo quello del ‘build back better’, cioè ricostruire meglio. I Comuni sono stati assoggettati a microzonazione sismica di terzo livello e sono stati condotti studi sulle faglie, oltre all’aggiornamento di numerosi ambiti sotto il profilo del rischio idraulico e idrogeologico», ha spiegato il commissario. L’obiettivo, ha infine rimarcato, «è fare in modo che la ricostruzione non si limiti alla riparazione del danno, ma renda il patrimonio più pronto alla prossima scossa».

A porre l’accento sulla necessità di accompagnare la ricostruzione fisica con una strategia di sviluppo è stata Manuela Rinaldi, assessore ai Lavori pubblici, Politiche di ricostruzione, Viabilità e Infrastrutture della Regione Lazio. «Prima di fare qualunque cosa – ha spiegato – abbiamo fatto proprio uno studio di quello che erano lo skyline e gli edifici che costituivano il centro storico di Amatrice. La Soprintendenza ha fatto un lavoro immenso su tutto, non solo su Accumoli e Amatrice, ma su tutte le frazioni». Per Rinaldi, la domanda da porsi è anche «cosa accadrà dopo la ricostruzione? Noi ricostruiamo tutto, ma questi volumi da chi saranno utilizzati, da chi saranno vissuti, quali attività ci andranno?». Da qui il piano di sviluppo strategico socio-economico del territorio, «costruito insieme ai sindaci, agli stakeholder, alle associazioni di categoria, agli ordini professionali, al volontariato e agli altri soggetti coinvolti. Dobbiamo accompagnare la ricostruzione pubblica e privata anche con la possibilità di uno sviluppo economico».

Il quadro dell’emergenza è stato completato dall’intervento del Generale di Divisione Francesco Bindi, vice capo del IV Reparto Logistico dello Stato Maggiore della Difesa, che ha ricordato il ruolo delle Forze armate nelle operazioni successive al sisma. «Le Forze armate sono intervenute in massa fin da subito – ha detto -. Fra i militari accorsi su tutto il territorio c’erano centinaia di ingegneri dell’Esercito, che hanno immediatamente iniziato a operare nelle quattro regioni interessate». Per Bindi il punto centrale è soprattutto ciò che lesperienza ha insegnato. «In ambito militare questa attività di condivisione e di ricerca continua di nuove soluzioni per migliorarci la chiamiamo processo delle lezioni apprese. Un metodo basato sullanalisi critica e non sulla semplice celebrazione dei risultati: non ci interessa dirci da soli che siamo stati bravi. Il nostro obiettivo è capire se, dove e perché abbiamo sbagliato e quindi come possiamo sempre migliorare». 

A chiudere il confronto istituzionale è stata Silvia Pelonara, consigliera Cnappc con delega alla Protezione civile, che ha sottolineato la continuità dellimpegno del sistema ordinistico. «La distanza temporale dal sisma rende ancora più evidente la necessità di non interrompere il lavoro: se siamo qui a distanza di dieci anni, vuol dire che molto è stato fatto, ma molto c’è ancora da fare. Serve il contributo di tutti». La ricostruzione, ha inoltre evidenziato, «non può essere intesa come una semplice operazione edilizia: è sicuramente ricostruzione degli edifici, ma deve comprendere anche il tessuto urbano, sociale, economico e culturale dei territori colpiti».

Le parole di Silvia Pelonara

Il convegno è proseguito con i diversi focus dedicati alle fasi dellemergenza e della ricostruzione: i sopralluoghi e la lettura dei danni, il ruolo della Soprintendenza, l’evoluzione delle ordinanze, gli aspetti strutturali, i casi studio e le differenti modalità di intervento sui territori. Uno sviluppo che ha puntato non solo a ricostruire ciò che è avvenuto, ma per mettere in relazione esperienze e competenze e trasformarle in strumenti utili per il futuro. (FN)

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