[Vincitore della Call “Habitat per il prossimo futuro” – Sezione Architettura / La Call è stata promossa dall’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia, BCAD, Associazione Italiana di Architettura e Critica]
L’habitat del prossimo futuro può essere immaginato non come una rivoluzione formale ma come una lenta trasformazione delle relazioni che tengono insieme la città. Le nostre città probabilmente non muteranno radicalmente aspetto nei prossimi decenni: strade, piazze, edifici e paesaggi continueranno a raccontare storie riconoscibili. Ciò che cambierà sarà soprattutto il modo in cui questi spazi verranno governati, attraverso sistemi intelligenti capaci di rendere più efficienti, sostenibili e adattive le dinamiche urbane.
La città contemporanea è già oggi un ecosistema complesso dove natura, tecnologia e comunità convivono in un equilibrio dinamico. Il suo valore non risiede più nella quantità delle infrastrutture ma nella qualità delle connessioni che riesce a generare: tra persone, luoghi, funzioni e paesaggi. L’architettura è chiamata così a superare la dimensione dell’oggetto isolato per diventare infrastruttura relazionale capace di costruire prossimità, inclusione e appartenenza.
Credo che il bisogno umano di radicarsi in un luogo continuerà a rappresentare un contrappeso essenziale alla crescente dimensione digitale dell’esistenza. Finché esisterà questo desiderio di appartenenza continueremo a parlare di città. Accanto alle centralità fisiche emergeranno nuove centralità digitali, ma le piazze, gli spazi pubblici e i luoghi dell’incontro manterranno il loro ruolo insostituibile di custodi della memoria collettiva: gli esseri umani si sono sempre riuniti per riconoscersi come comunità e costruire una storia condivisa.
L’habitat del prossimo futuro sarà quindi un organismo vivente, capace di apprendere, adattarsi e rigenerarsi insieme ai suoi abitanti. Non una forma conclusa ma un processo continuo. In questa prospettiva l’architettura torna alla sua funzione più profonda: dare forma alle relazioni umane, custodire la memoria dei luoghi e offrire scenari aperti ai futuri possibili. Ogni spazio sarà chiamato non soltanto a rispondere a una funzione ma a generare significato.
Onde da Atlantide
Atlantide. Mito, perfezione, oblio. Da sempre la immaginiamo come una città perduta, una soglia tra memoria e desiderio. Forse non è mai esistita, e forse è proprio questo a renderla necessaria. Ogni architetto, in fondo, continua a cercare la propria Atlantide: un luogo capace di conciliare realtà e visione.
Il mio personale immaginario nasce dall’acqua. Sono cresciuto lungo una costa mediterranea, tra dune e orizzonti mobili. Mare, fiumi, laghi e rive rappresentano per me i paesaggi in cui il senso dell’abitare trova la sua espressione più profonda. I cinque progetti qui presentati possono essere letti come frammenti di una possibile “Atlantide Romana”: una sequenza di visioni collocate lungo il Tevere che esplorano il rapporto tra città, acqua e comunità.

Le Idrovore della Magliana immaginano la trasformazione di un margine urbano da decenni irrisolto in una nuova centralità fluviale. Attraverso darsene, banchine, funzioni miste e spazio pubblico diffuso, il progetto prova a costruire una comunità aperta, capace di abitare il confine tra terra e acqua.

Il Ponte Abitato sul Tevere interpreta il ponte non come semplice infrastruttura ma come luogo di permanenza. Sospeso tra due rive, trasforma l’attraversamento in esperienza urbana, generando una centralità autonoma dove città e paesaggio, movimento e sosta, memoria e vita quotidiana si intrecciano.

La Porta Urbana sulla Roma-Fiumicino riflette sul significato contemporaneo del landmark. Un edificio-segnale emerge da una geografia frammentata per trasformarsi in punto di orientamento e condensazione urbana. Una grande piattaforma pubblica raccoglie e ricompone tracce naturali e artificiali, costruendo un nuovo dialogo tra memoria, paesaggio e infrastruttura, una superficie raccoglie piegandosi in verticale le varie funzioni necessarie.

Il Parco delle Palafitte e l’Osservatorio Tevere rappresentano invece una modalità più leggera di abitare il fiume. Strutture essenziali, quasi sospese sull’acqua, che offrono luoghi di incontro, osservazione e contemplazione. Piccole architetture che non cercano di dominare il paesaggio ma di renderlo accessibile, trasformandolo in esperienza condivisa.

In tutti questi progetti il Tevere non è soltanto uno sfondo geografico ma è materia viva. È il filo che unisce memoria e futuro, città e natura, realtà e immaginazione. In questa visione l’habitat del prossimo futuro nascerà proprio da questa capacità: costruire luoghi che sappiano ancora accogliere il sogno, senza perdere il contatto con la terra e con l’acqua da cui provengono.
Gianluca Evels
Architetto

Visual Editing: Giuseppe Felici
Architetto, Redazione AR Web






