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Architettura
24 Marzo 2026

Mario Ridolfi tra pratica, professione e dimensione umana. Dal valore del disegno al ruolo dell’architetto

Memoria e attualità, il racconto di un maestro della cultura architettonica del Novecento , riferimento imprescindibile per ripensare il «mestiere» di architetto: la sua lezione attraversa generazioni e continua a offrire riflessioni alla disciplina

Progetto e responsabilità, tecnica e «umanesimo», costruzione e pensiero. La figura di Mario Ridolfi occupa una posizione centrale nella cultura architettonica italiana del Novecento, non solo per la qualità delle opere realizzate, ma per la coerenza tra pratica progettuale, riflessione teorica e impegno civile. La sua opera, tra rigore professionale e tensione etica, restituisce ancora oggi un’idea di mestiere in grado di riscoprire «il valore del disegno manuale come strumento di analisi e la responsabilità civile dell’architetto verso la materia e la comunità». 

È a partire da queste riflessioni che si è sviluppato – lo scorso 23 marzo, alla Casa dell’Architettura -«In ricordo di Mario Ridolfi – Tra insegnamento e professione», convegno organizzato dall’Ordine degli Architetti di Roma e provincia con l’obiettivo, tra gli altri, di riaffermare lattualità della lezione ridolfiana in unepoca di crescente digitalizzazione. L’evento – con il coordinamento scientifico di Giuliano Fausti, consigliere OAR e Marco Maria Sambo, direttore AR Magazine – ha visto il contributo di un ampio gruppo di studiosi e allievi, e si è articolato tra interventi critici e testimonianze dirette, restituendo la complessità della figura di Ridolfi attraverso una pluralità di sguardi.

Ad aprire i lavori è stato Christian Rocchi, che ha collocato la riflessione su Ridolfi all’interno di un ragionamento più ampio sul presente della professione. «Il ricordo di Mario Ridolfi – ha detto – è ancora vivo in noi. Un architetto che ha fatto tantissimo, un architetto con la A maiuscola, fondamentale per il nostro Dna culturale. Ma ricordarlo oggi significa anche interrogarci su cosa sia cambiato. L’architettura non è soltanto costruzione: la costruzione è un mezzo. Fare architettura significa produrre un pensiero e, soprattutto, produrre i beni culturali del futuro, quelli che raccontano ciò che siamo stati e che rimangono nel nostro patrimonio collettivo». Rocchi ha inoltre evidenziato una frattura tra passato e presente: «oggi una parte consistente del nostro tempo non è più dedicata al progetto. Ci troviamo spesso a fare altro: attività amministrative, legali, gestionali. Questo ha interrotto un processo produttivo che invece, al tempo di Ridolfi, era continuo e coerente». Da qui l’urgenza di recuperare una dimensione operativa dellarchitettura, «riannodando quel discorso produttivo che oggi si è spezzato. L’architettura è l’unico strumento che può realmente modificare le città e incidere sulla crescita delle persone. Per questo i grandi Maestri restano per noi una stella polare: indicano una direzione che dobbiamo tornare a perseguire».

Nella sua introduzione al convegno, Marco Maria Sambo ha chiarito la chiave interpretativa dell’incontro, evidenziando come l’obiettivo sia stat «condividere anche un ricordo di Mario Ridolfi e non solo fare un convegno sulla storia dell’architettura e sulle opere. Una giornata diversa,  in cui il maestro viene restituito anche attraverso le esperienze di chi lo ha conosciuto e frequentato, raccontando non solo il professionista ma anche ‘l’uomo Ridolfi’. È lì che si comprende davvero la sua eredità: non solo nei progetti realizzati, ma nel metodo, nelletica e nel modo di trasmettere il mestiere». Sambo ha poi richiamato il lavoro editoriale e di ricerca svolto attorno alla figura di Ridolfi: «all’interno del numero doppio di AR Magazine dedicato allattualità del Novecento (n. 131-132 -2025) abbiamo avuto modo di affrontare una parte significativa della sua opera, grazie anche alla collaborazione con l’Accademia Nazionale di San Luca. È un lavoro che dimostra come Ridolfi non sia solo una figura storica, ma un autore ancora capace di offrire strumenti interpretativi per il presente».

Intensa la testimonianza di Furio Ridolfi, figlio di Mario, che ha restituito un ritratto intimo e complesso del padre, da quale sono emersi tratti di rigore uniti a una profonda coerenza: «Pretendeva sempre una continuità di lavoro, rifiutando strumenti che considerava non a misura duomo e privilegiando il disegno manuale come atto essenziale». Il racconto si intreccia con episodi di vita e insegnamento, fino a delineare un principio cardine: la casa «deve essere a misura dell’uomo, un vestito su misura ma sempre aperto a nuove soluzioni». Un pensiero – ha spiegato Furio Ridolfi, «che si traduceva in pratica quotidiana, nella cura dei dettagli e nellattenzione alla vita reale: lui cercava sempre di farci lavorare su oggetti esterni, osservando e misurando il mondo, perché «dal rilievo particolare dell’oggetto si poteva risalire a tutti gli argomenti».

Articolato l’intervento di Giuliano Fausti, consigliere OAR, che ha offerto una una lettura ampia e articolata dell«umanesimo ridolfiano», intrecciando esperienza personale, professionale e analisi critica. «Il centro di tutto il nostro lavoro è l’uomo», ha affermato, indicando nella responsabilità verso le persone la vera finalità dell’architettura: «Noi siamo, in un certo senso, medici dello spazio: non creiamo semplicemente forme, ma condizioni di vita» Fausti ha sottolineato, ripercorrendo e redento universale l’approccio rigonfiano, come «lattenzione al dettaglio costruttivo non sia mai fine a sé stessa: i dettagli, gli elementi costruttivi, sono fondamentali, ma solo se finalizzati a migliorare la vita delle persone. È questo il vero obiettivo dell’architettura». Un passaggio significativo è stato dedicato al Palazzo delle Poste di piazza Bologna a Roma, una delle opere più emblematiche di Ridolfi, realizzata nel 1935. «Se guardiamo questo edificio  – ha osservato – comprendiamo cosa significhi davvero fare architettura. È un edificio che nasce da un impianto razionalista ma che, attraverso il lavoro sul dettaglio e sulla materia, supera il razionalismo stesso. La curva, la continuità del rivestimento, la capacità di trasformare un vincolo costruttivo in qualità espressiva: tutto questo deriva da una sapienza di cantiere straordinaria». Il consigliere OAR, infine, ha ampliato lo sguardo a una riflessione più ampia: «Ridolfi non parlava di linguaggi o di stili, ma faceva architettura mettendo al centro lumanità. Ed è questo che lo rende ancora oggi attuale: la capacità di tenere insieme tecnica, etica e vita reale, senza separazioni».

Il ricordo di Ridolfi proposta dal convengo, come detto, si è arricchito attraverso tavole rotonde dedicate alla vocazione didattica e alla «bottega» di Ridolfi, con gli interventi di architetti ed ex allievi come Adelmo Barlesi, Roberto Buccione, Maurizio Cecchini, Giulio Malagricci, Carlo Santoro. Racconti e memorie hanno restituito l’immagine di un maestro, esigente ma generoso, capace di trasmettere metodo prima ancora che stile, attraverso un insegnamento fondato sull’esperienza diretta e sulla pratica del disegno.

A chiudere i lavori, le riflessioni di Laura Bertolaccini, Accademia di San Luca, e Silvia Nigro, consigliera OAR con delega ai Giovani, che hanno spostato lo sguardo sul tema della trasmissione e della conservazione della memoria. Bertolaccini ha evidenziato il valore del lavoro archivistico, ricordando come il fondo Ridolfi rappresenti «un’operazione sistematica di riproduzione digitale» che consente di accedere alla complessità del suo disegno, «a quella capacità grafica, quella modalità di interpretazione attraverso il disegno dell’architettura». Un lavoro che va «al di là della semplice catalogazione, trasformandosi in strumento di conoscenza e condivisione, capace di rendere accessibile a tutti un patrimonio fondamentale».

A chiudere idealmente il cerchio della giornata è stata Silvia Nigro, che ha posto l’accento sul rapporto tra Ridolfi e le nuove generazioni: «Non l’abbiamo conosciuto personalmente – ha detto – eppure lo riconosciamo come maestro». Una condizione che definisce il valore autentico dell’eredità ridolfiana, in quanto «ciò che definisce un maestro non è la contingenza del rapporto diretto, ma la capacità del suo lavoro di attraversare il tempo». Nell’intervento della consigliera a OAR  è emersa l’attualità dell’insegnamento di Ridolfi: «In un’epoca dominata dalla velocità e dalla smaterializzazione – ha affermato -, la sua attenzione al disegno come strumento di pensiero diventa quasi controcorrente e proprio per questo oggi è veramente necessaria». (FN)

di Francesco Nariello

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