Guardare al progetto non come un gesto isolato, ma come il risultato di una relazione profonda con il contesto, con la storia e con le persone. Con la qualità dell’architettura che nasce dalla conoscenza: dall’ascolto dei luoghi, dalla capacità di leggere il paesaggio nelle sue componenti culturali e identitarie, dal dialogo costante tra memoria e contemporaneità. Sono alcuni dei temi che hanno animato il dibattito architettonico e che sono emersi nel corso della giornata dedicata lo scorso 29 maggio, alla Casa dell’Architettura, dedicata a Paolo Portoghesi. Il convegno organizzato dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia in occasione del terzo anniversario dalla scomparsa del Maestro – con il coordinamento scientifico di Luca Ribichini, coordinatore Commissione Formazione OAR; Giancarlo Priori, professore di Composizione Architettonica; e moderato da Maria Costanza Pierdominici, vicepresidente OAR – ha coinvolto assistenti, collaboratori, esperti e persone vicine a Portoghesi, con l’obiettivo di essere non soltanto un omaggio commemorativo, ma soprattutto un momento di riflessione sull’attualità del suo pensiero di storico, teorico, progettista e «maestro» per generazioni di architetti. Una iniziativa che si colloca appieno nell percorso che l’OAR porta avanti da tempo sul fronte della conservazione e diffusione del patrimonio architettonico e culturale di Portoghesi, che trova testimonianza concreta anche nella libreria della Casa dell’Architettura a lui intitolata.
A introdurre il convegno, illustrandone il senso e gli obiettivi, è stata Maria Costanza Pierdominici, vicepresidente OAR: «Abbiamo voluto sottolineare due aspetti fondamentali del suo insegnamento – ha spiegato -. Il primo riguarda l’importanza che Portoghesi attribuiva alla conoscenza della storia: per lui la progettazione del contemporaneo non poteva prescindere dallo studio approfondito dell’antico che ci circonda. Solo attraverso la rielaborazione degli stilemi del passato, senza mai riproporli in maniera imitativa ma traducendoli in un linguaggio contemporaneo, è possibile realizzare architetture di qualità». L’altro grande tema è quello del paesaggio: «un concetto – osserva Pierdominici – spesso ridotto alla semplice sistemazione di spazi verdi o alla scelta delle specie vegetali, mentre il paesaggio è molto di più: è cultura, identità, materiali locali, topografia, memoria collettiva. Ogni intervento comporta inevitabilmente una trasformazione, ma questa può valorizzare le caratteristiche del luogo oppure cancellarle. Per questo è necessaria una conoscenza profonda dei contesti nei quali si opera. Portoghesi parlava del ‘progetto della conoscenza’: prima di qualsiasi intervento bisogna comprendere il luogo, ascoltarlo e trarne le indicazioni per il progetto. Oggi vediamo spesso edifici che possono apparire belli come oggetti autonomi, ma che non instaurano alcuna relazione con il contesto. Il suo insegnamento, invece, ci invita a costruire un dialogo autentico tra architettura e luogo».

A richiamare il valore più profondo di questa eredità è stato Luca Ribichini, coordinatore della Commissione Formazione OAR: «L’obiettivo è recuperare e condividere i valori che Paolo Portoghesi ha trasmesso a chi ha avuto la fortuna di lavorare al suo fianco. Uno degli insegnamenti più importanti riguarda il concetto di genius loci: il modo in cui l’architetto deve avvicinarsi a un luogo, mettersi in ascolto delle sue caratteristiche e delle sue qualità per poi tradurle in architettura. Era una delle sue espressioni più ricorrenti. L’obiettivo era creare una sintesi tra natura e architettura, un connubio capace di generare qualità e senso». Ma accanto a questo, ha aggiunto Ribichini, «c’è il ricordo del professore: Portoghesi è stato un maestro che ha saputo trasmettere l’amore per la conoscenza e per l’architettura, creando un clima di autentica collaborazione tra docenti e studenti. Aveva una straordinaria capacità di coinvolgere, di far nascere curiosità e passione. È questo uno degli aspetti più preziosi che ci ha lasciato».
La video pillola di Luca Ribichini
Giancarlo Priori, docente di Composizione Architettonica, ha ricordato il rapporto umano e professionale costruito negli anni accanto al maestro. «Attraverso lo studio di Paolo Portoghesi ho capito molto di ciò che significa fare architettura. Ogni libro, ogni articolo che ho scritto è stato per me occasione di confronto con lui e, in fondo, non si smette mai di essere suoi allievi. Ho avuto la fortuna di lavorare per anni nel suo studio, partendo dal disegno di mobili fino ad arrivare a concorsi internazionali di grande rilievo». Il suo metodo progettuale – ha proseguito – «era straordinario: ci ha insegnato a progettare guardando la storia e guardando i luoghi. Due elementi inseparabili. Tra i concetti più importanti che ci ha lasciato in termini di tecniche di progettazione c’è quello della ‘dissolvenza incrociata’, mutuata dal linguaggio cinematografico: le immagini del passato sfumano gradualmente lasciando emergere quelle nuove, in un processo continuo di trasformazione. Insieme alla memoria dei luoghi, alle analogie e alle metamorfosi, questo approccio rappresenta ancora oggi uno dei contributi più originali che Portoghesi ha offerto alla cultura del progetto». Priori ha poi tenuto un intervento sul tema della composizione architettonica del grande architetto romano.
Le parole di Giancarlo Priori
A sottolineare ancora una volta il valore attuale del messaggio di Portoghesi è stato il presidente del Cnappc e presidente emerito dell’OAR, Alessandro Panci: «Non ricordiamo soltanto una figura straordinaria – ha detto -, ma continuiamo un percorso che lui stesso ha contribuito ad avviare. Portoghesi è stato un maestro e una presenza costante per molti di noi. Ci ha lasciato una quantità enorme di idee, intuizioni e prospettive che probabilmente continueremo a sviluppare ancora per decenni. C’è una parola che ricorre spesso in questi mesi nel dibattito sull’architettura e sulla pianificazione: cura. Una parola che ritrovo anche nel pensiero di Portoghesi. Cura dei luoghi, cura della memoria, cura delle architetture e delle comunità. Non come intervento successivo al degrado, ma come attenzione quotidiana, come responsabilità costante. Dobbiamo avere cura di ciò che ci ha lasciato e fare in modo che le architetture siano comprese, riconosciute e valorizzate nel tempo. È questo il compito che spetta oggi alle istituzioni e alla professione. Anche la decisione dell’Ordine degli Architetti di Roma di intitolare a lui la libreria della Casa dell’Architettura è nata da questa volontà di custodire e trasmettere il suo patrimonio culturale».
Più personale il ricordo portato da Cristian Di Giovanni, sindaco di Calcata, il borgo scelto da Portoghesi come luogo di vita e di lavoro. «Di Paolo Portoghesi si conoscono l’architetto, il professore, lo storico e lo scrittore. Io voglio ricordare soprattutto l’uomo che si innamorò di Calcata e che decise di trasferirvi il proprio studio e la propria vita. Era una presenza discreta ma costante nella comunità. Lo si incontrava per strada, nei negozi, mentre osservava con curiosità e attenzione la vita quotidiana del paese. Aveva uno sguardo capace di cogliere ogni dettaglio». Agli studenti di architettura, ha concluso, «vorrei trasmettere proprio il messaggio che lui amava ripetere: guardate ciò che già esiste, comprendetelo e cercate di renderlo ancora più bello».
Il significato del lascito culturale di Portoghesi lo ha illustrato Marco Maria Sambo, direttore editoriale di AR Magazine. «Ci manca moltissimo, ma la sua eredità è più viva che mai. Per questo l’Ordine ha voluto intitolargli la libreria, che oggi porta il suo nome. La sua è stata una lunga narrazione che ha saputo fondere ricerca storica e progetto, riflessione teorica e pratica professionale, sogno e materia. Ha scritto incessantemente, con le parole e con l’architettura, costruendo un universo di segni e significati che attraversa la storia per trasformarsi in sperimentazione progettuale. Nei suoi libri e nelle sue opere emerge sempre l’attenzione verso i maestri del passato, da Borromini a Frank Lloyd Wright, ma anche la volontà di andare oltre il moderno. La sua era una storia operativa, capace di trasformare la conoscenza storica in uno strumento concreto per modificare la realtà e costruire nuove possibilità per l’architettura».
Uno stralcio della riflessione di Marco Maria Sambo
Una testimonianza internazionale dell’opera di Portoghesi l’ha portata Antonio Jesús Santana-Guzmán dell’Instituto Andaluz de Investigación e Innovación en Turismo dell’Università di Malaga. «Abbiamo presentato una ricerca inedita dedicata a un’opera realizzata da Paolo Portoghesi insieme all’ingegnere Vittorio Gigliotti sulla Costa del Sol all’inizio degli anni Settanta e purtroppo demolita nel 1997. Si trattava di una piscina coperta che condensava molte delle caratteristiche della sua architettura: il rapporto con il luogo, il dialogo con la tradizione, i riferimenti alla moschea di Cordoba, a Borromini e alle sperimentazioni strutturali contemporanee. Per ricostruirne la storia è stato fondamentale il lavoro svolto sugli archivi e sulla documentazione conservata nel tempo. Questo ci ricorda che non esiste soltanto un patrimonio architettonico da tutelare, ma anche un patrimonio documentario che ne custodisce la memoria e rende possibile la conoscenza delle opere».
L’intervista a Antonio Jesús Santana-Guzmán
A completare la giornata una serie di approfondimenti che hanno restituito la complessità della figura di Portoghesi. Dal tema del progetto del paesaggio come cura del bene comune alla riflessione sui riferimenti della contemporaneità, dal tema dell’abitare tra casa e palazzina al rapporto tra Portoghesi e le riviste come strumenti di diffusione culturale. Un mosaico di contributi che ha restituito l’immagine di un intellettuale capace di attraversare discipline, linguaggi e generazioni diverse. (FN)