La Casa dell’Architettura come spazio di relazione, sperimentazione e confronto, capace di accogliere linguaggi differenti e di farli dialogare intorno a una domanda cruciale: Roma è ancora una città contemporanea? Un laboratorio aperto sulla città, intesa come organismo in continua evoluzione, attraversato da influenze culturali, artistiche e sociali che ne ridefiniscono costantemente il significato. Un luogo, dunque, in cui la contaminazione non è soltanto tema di discussione, ma metodo di lavoro e chiave di lettura del presente: intreccio di sguardi, pratiche, discipline, scoperte e perfino contrasti, capaci di aprire nuove narrazioni sulla Capitale.
In questo orizzonte – con importanti riscontri in termini di partecipazione – si è svolta la due giorni «Roma Contaminata Village» – Architettura, musica, danza e arti visive per immaginare una nuova contemporaneità della Capitale -, nuovo format culturale promosso dalla Casa dell’Architettura, che gli scorsi 12 e 13 giugno ha trasformato la sede dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia in un vero e proprio villaggio aperto alla città. Due giornate dense di appuntamenti, che hanno animato il giardino dell’Acquario Romano con incontri, performance, musica, stand up comedy, installazioni e momenti di confronto pubblico, restituendo il senso di una manifestazione capace di mettere in relazione architettura, arti visive, fumetto, fotografia, letteratura, danza e ricerca in un unico racconto collettivo e condiviso.
A rendere il senso dell’iniziativa è stata Claudia Ricciardi, direttrice della Casa dell’Architettura, che ha rimarcato come il Village sia nato dalla volontà di aprire la Casa a comunità, sensibilità e forme espressive diverse, trasformandola in «uno spazio vivo, attraversabile e profondamente contemporaneo». Una visione che, come ha spiegato, si colloca in continuità con il lavoro avviato dalla rassegna Contemporanea Contaminazioni e con l’intenzione di osservare Roma da un’angolazione diversa: «A partire dalla rassegna che abbiamo lanciato a inizio anno e che indaga la città nei suoi aspetti e nei suoi temi emergenti, abbiamo voluto aprire un focus particolare sul tema delle contaminazioni. Per contaminazioni intendiamo scambi, dialoghi, confronti, anche contrasti, ma soprattutto scoperte: un modo diverso, uno sguardo angolare attraverso cui guardare alle cose, che può regalarci qualcosa di inaspettato». E ancora: «Crediamo che oggi l’architettura debba tornare a dialogare e ad aprirsi alle altre arti e alle energie culturali della città, perché è proprio dall’intersezione tra visioni, discipline e sensibilità diverse che possono emergere immaginari inediti della città».
La video riflessione di Claudia Ricciardi sul profilo Instagram dell’OAR: LINK
L’opening del 12 giugno ha visto anche l’intervento del presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia, Christian Rocchi, che ha collocato il tema della contaminazione al centro di una riflessione più ampia sul ruolo della cultura e sulle possibilità di crescita che nascono dall’incontro tra differenze. «Stiamo portando avanti una riflessione specifica su Roma, ma che potrebbe benissimo essere applicata a tanti territori e a tante città. Abbiamo visto nel passato come attraverso la contaminazione ci si sia migliorati ed è questo quello che vogliamo far capire attraverso le attività della Casa dell’Architettura», ha osservato, rimarcando come la due giorni sia stata concepita come un’occasione di confronto «non solo per gli addetti ai lavori, ma per la città nel suo complesso». Per Rocchi, la mescolanza tra civiltà, linguaggi e punti di vista produce valore anche sul piano culturale: «La Natura seleziona il meglio delle cose quando ci si integra e ci si mescola. Ed è proprio questo che vogliamo trasmettere: a livello culturale funziona allo stesso modo».
Il video di Christian Rocchi sul profilo Instagram dell’OAR: LINK
Il programma di Roma Contaminata ha confermato questa vocazione ibrida e aperta. Talk, performance artistiche, installazioni, momenti conviviali, musica e stand up comedy si sono alternati in un palinsesto costruito per mettere in relazione discipline differenti, anche attraverso formati sperimentali, facendo della Casa dell’Architettura non soltanto il contenitore dell’evento, ma il suo vero «dispositivo culturale». Il Village ha così assunto i contorni di uno spazio da attraversare, in cui il dibattito sull’architettura si è allargato ad altri linguaggi e ad altre comunità, rendendo tangibile il tema della contaminazione.
Le contaminazioni tra architettura e le altre discipline
In questo quadro, uno dei filoni più significativi è stato quello dedicato all’incontro tra architettura e altre pratiche espressive, asse portante della manifestazione. A partire da Architettura & Fumetto, il talk «Everything: Rome without Rome» ha proposto una riflessione sull’identità della Capitale oltre la sua monumentalità, intrecciando la ricerca dell’architetto belga Kersten Geers con il linguaggio del racconto e dell’illustrazione, grazie agli interventi del fumettista Mauro Uzzeo e dell’illustratrice Grazia La Padula. Geers ha delineato l’idea di una città letta non solo attraverso i suoi monumenti ma a partire dalla vita quotidiana e dal suo enorme potenziale ecologico e territoriale: «Roma, come città, è una città per il futuro. È una città estremamente verde, una città che potenzialmente sarebbe in grado di prendersi completamente cura di sé stessa, una città dell’agricoltura. Una città in cui ciò che è molto importante dal punto di vista turistico – la città dei monumenti – non sarebbe nemmeno necessario assumere come modello per un futuro modello urbano. Per questo abbiamo parlato di Roma senza Roma: la città dell’80 o del 90% delle persone che vivono qui, una Roma che ha la sua ascendenza in tutti questi frammenti di reliquie romane disseminati nel territorio, una città territoriale, leggera, sostenibile». A raccogliere le suggestioni e a declinare in chiave narrativa, in particolare da punto di vista del fumetto, è stato Uzzeo, che ha sottolineato il rapporto profondo tra scrittura e architettura: «Il lavoro dello sceneggiatore, dello scrittore, dell’autore è comunque intrecciato al concetto di architettare una struttura narrativa, per cui tutto ciò che già si lega all’architettura parla un linguaggio simile a quello di chi crea storie. Nell’ambito della contaminazione legata al discorso di Kersten con Roma senza Roma, giocando sull’assenza che genera poi la forma, nell’ambito del fumetto noi facciamo una cosa molto simile, cioè anche noi creiamo la narrazione, creiamo il contenuto, arriviamo al cuore del racconto togliendo». La Padula, infine, ha messo in luce il ruolo dello spazio e della costruzione visiva nel fumetto: «Voglio trovare un punto di contatto fra il fumetto e l’architettura nel modo in cui lavoro, attraverso la struttura, ma anche per come l’ambiente influisce sulle storie e sui personaggi. L’ambiente può diventare esso stesso un personaggio, proprio attraverso gli edifici che lo costruiscono». E ancora: «Fare fumetti vuol dire togliere il non necessario, lasciare solo quello che regge tutto e sostiene l’emozione. In questo ho ritrovato molta della riflessione sviluppata sulla contaminazione tra fumetto e architettura».
Sempre nella prima giornata, il dialogo tra Architettura & Fotografia si è sviluppato con «Wastelandscape: In Search for an Ideal», incontro che ha visto protagoniste Carole Lévesque ed Ernesta Caviola. Quest’ultima ha proposto una lettura della contaminazione come pratica di sguardo e di metodo, sottolineando la centralità di una prospettiva femminile capace di attraversare insieme dimensione artistica, tecnica e politica. «La contaminazione, in questo caso, è estremamente interessante perché è tra due modalità femminili», ha osservato, mettendo in relazione il lavoro delle architette con una postura che «va in giro per la realtà cercando di raccontare il mondo con un taglio profondamente femminista. Come ci dice con grande linearità Lea Vergine, il tema centrale per qualsiasi donna, artista o architetta, è quella di contenere tutto il processo nel proprio lavoro per non trovarsi nella situazione di dover assorbire degli elementi maschili e patriarcali. E questo è valido sia nel lavoro artistico che nel lavoro strettamente architetturale Una prospettiva che, nel suo ragionamento, si lega alla capacità di ascoltare i contesti, di costruire strumenti propri e di leggere il progetto – portando anche l’esempio di Lina Bo Bardi – come gesto culturale e non solo tecnico.
Nell’incontro dedicato ad Architettura & Danza, l’architetto Fabio Tellia e Canova 22, art factory romana per la quale hanno partecipato Michele Pogliani, Nicolò Troiano e Agnese Trippa, hanno lavorato sulle relazioni tra corpo, forma e spazio attraverso «Vault, Arch and Dome: Constructing Complex Forms». Tellia, in particolare, ha raccontato il proprio rapporto con Roma a partire da un’esperienza biografica: «Non sono romano, sono italiano e ho vissuto più di metà della mia vita all’estero. Per me, almeno all’inizio dei viaggi, i ritorni a casa passavano sempre da Roma: scendere dall’aereo e passeggiare per l’aeroporto voleva dire vedere i caffè, i bar italiani, e ritrovare quella sicurezza che una casa ti può dare». Da lì il discorso si è spostato sulla formazione e sull’eredità del barocco romano: «Ho studiato architettura a Venezia e ho avuto la fortuna di avere due insegnanti romani. Lo studio del barocco romano, con tutte le sue contaminazioni e intersezioni di volumi, ha effettivamente segnato la mia carriera professionale, perché mi ha permesso di capire e osservare cose che altrimenti non avrei colto».
La seconda giornata, il 13 giugno, ha rilanciato il confronto tra architettura e altri linguaggi a partire da Architettura & Letteratura, con «Quando le palazzine erano bianche», dialogo tra Alfonso Giancotti, ordinario della Facoltà di Architettura alla Sapienza, e Bernardo Notargiacomo, scrittore. Giancotti ha restituito l’immagine di una Roma vissuta da molteplici prospettive – «da studente fuori sede, da studioso e professore di architettura e da abitante» – sottolineandone il carattere insieme difficile e magnetico: «Il richiamo di Roma è troppo forte, anche rispetto ad altre grandi Capitali come Parigi. Il fascino della sfida dell’ambiente, con tutte le ambiguità e le contraddizioni che caratterizzano la città, la rendono unica nel suo genere. Chi sta qui compie un atto di resistenza, ma un atto di resistenza molto romantico e poetico, perché si è legati a un territorio che offre tante possibilità, regala tantissime delusioni, ma non toglie mai la voglia di combattere, lavorare e lottare». A questa immagine si è affiancata quella evocata da Notargiacomo, che – in riferimento al tema del talk – ha assunto la palazzina come microcosmo narrativo e forma urbana capace di custodire relazioni, intimità e storie: il palazzo fino a cinque piani, diciamo, che poi è quello in cui sono nato qui a Roma, rappresenta un piccolo mondo nel quale succedono delle cose, nel quale le persone interagiscono, con una vera e propria comunità che si viene a creare». Alla fine degli anno ’70 queste palazzine, aggiunge, «hanno avuto un ruolo per me importante e anche le storie che racconto spesso si consumano in questi spazi circoscritti».
Per Architettura & Musica, l’incontro «The Paradigm of Piranesi’s Campo Marzio» ha intrecciato la riflessione teorica di Michael Young, architetto ed educatore con base a New York, con il punto di vista del musicista Corrado carnevale, conosciuto come 1989. Young ha proposto una lettura di Roma come «contaminante originario» per l’architettura, una città che nel corso della storia ha saputo contagiare il pensiero e i modi di immaginare il futuro: «Roma ha sempre contaminato. Per l’architettura è il contaminante originario: è ciò che innesca un modo diverso di vedere il mondo, di pensare il mondo e di parlarne. È l’inizio della nostra comprensione dell’urbanistica, dei modi in cui possiamo riutilizzare il passato per farlo diventare qualcosa di nuovo nel futuro». Un’idea raccolta e rilanciata da 1989, che ha riportato il tema sul terreno della pratica artistica contemporanea: «Per me la contaminazione artistica è fondamentale. Io stesso nel rap, nella mia musica, contamino il più possibile, cerco di mettere insieme generi musicali diversi e fare una cosa che sia il più originale possibile. Abbiamo bisogno di tutte le espressioni artistiche, nelle grandi città come nelle province, di tutto ciò che inviti alla riflessione, al pensiero critico, a non ragionare soltanto come ci dice la televisione o quello che vediamo sui social».
L’appuntamento che ha accostato Architettura & Arti Visive ha, infine, portato al centro «Provvisorio Permanente. Dall’America Latina a Roma», confronto tra l’architetto spagnolo Arturo Franco Díaz e Micol Gelsi, artista e ricercatrice che lavora nell’ambito delle arti performative e multimediali. Díaz ha insistito sul carattere fertile del «contaminato» come categoria per leggere Roma e la sua contemporaneità: «Contaminato potrebbe chiamarsi in molti modi: mescolato, misto, frullato, rimescolato. Ma ciò che mi interessa di Roma in tutte le sue epoche è la capacità che ha di sovrapporre strati, quella condizione di palinsesto, di sovrapposizione di realtà molto diverse tra loro che sono sempre esistite in ogni momento. Questa realtà mista, contaminata, ibrida si è prodotta nel corso della storia e, pertanto, è sempre stata contemporanea». Gelsi ha invece raccontato la propria ricerca, con il progetto dell’archivio del selvatico urbano, «come un attraversamento dell’architettura verso le arti multimediali, capace di costruire nuove narrazioni sulla città e sulla tutela degli spazi urbani attraverso l’ibridazione di linguaggi sonori, visivi e luminosi».
Il video con i protagonisti degli incontri sulle «contaminazioni»
Assemblea dei Giovani
Altro appuntamento chiave della due giorni è stata la prima Assemblea dei Giovani Architetti Under 45 dell’OAR, coordinata scientificamente dalla consigliera delegata Silvia Nigro, che si è svolta la mattina di sabato 13 giugno. Un appuntamento pensato come spazio di ascolto e confronto tra nuove generazioni di professionisti, istituzione ordinistica e altre competenze, per raccogliere esigenze, visioni e proposte sul futuro della professione. «La volontà dell’Ordine e della Commissione è quella di far sì che i giovani professionisti possano sempre di più partecipare alle attività ordinistiche, ma soprattutto influire sulle politiche che vengono messe in campo per i giovani», ha spiegato Nigro. «L’assemblea è stata organizzata per indagare dove stanno andando i giovani architetti romani oggi, ma anche per fornire ai giovani iscritti strumenti per muoversi nell’ambito della professione, nei primi passi del lavoro. Abbiamo intenzione di proseguire questa attività attraverso nuovi eventi e di costruire, in futuro, tavoli tematici all’interno dei quali produrre insieme le politiche per i più giovani». Un segnale chiaro della volontà dell’Ordine di investire sulla partecipazione attiva degli under 45, mettendo al centro temi come formazione, tutele, mercato, competenze digitali, ricerca e internazionalizzazione.
La video intervista con Silvia Nigro sul profilo Instagram dell’OAR: LINK
Gli esiti delle Call
Grand Tour Contemporaneo
Il primo giorno ha ospitato anche un altro tassello importante della narrazione della contemporaneità a Roma con il focus su «Grand Tour contemporaneo. Il viaggio come conoscenza», esito della Call for Proposal lanciata dalla Casa dell’Architettura per la curatela dello spazio Monitor P nell’ambito della rassegna Contemporanea (qui l’articolo che racconta agli esiti della call: LINK). Il progetto vincitore, «Grand Tour Contemporaneo. Roma attraverso lo sguardo delle Accademie straniere», a cura di Federica Andreoni e Maite Méndez Baiges in collaborazione con la Real Academia de España en Roma, ha offerto una lettura della città come campo di indagine e come piattaforma di confronto tra pratiche, culture e sguardi internazionali, confermando la volontà della Casa dell’Architettura di utilizzare lo spazio espositivo come dispositivo dinamico di sperimentazione culturale.
Focus della seconda giornata è stato invece quello dedicato ai vincitori della Call for Contributions promossa dalla Casa dell’Architettura nell’ambito di Contemporanea Contaminazioni, che ha invitato ricercatori, progettisti, artisti e studiosi a interrogarsi su una domanda tanto semplice quanto radicale: Roma è ancora una città contemporanea? A fronte di quaranta proposte ricevute, i contributi selezionati e premiati hanno restituito una lettura articolata della contemporaneità urbana, tra riflessione teorica, progetto e immagine (qui l’articolo dedicato agli esiti della call: LINK). Nell’appuntamento di Roma Contaminata c’è stato l’incontro con i vincitori che hanno raccontato le proprie proposte. Il primo premio è andato a The Value of Public Spaces as Democratic Practice di Giorgia Scognamiglio, con contributo grafico di ROBOCOOP, un progetto che legge lo spazio pubblico come pratica democratica viva, costruita dagli usi quotidiani, dalle interazioni e dalle dinamiche sociali più che dalla sola forma urbana. Al secondo posto Abissi temporali. Roma nel tempo di Ilaria Maurelli, che indaga la città come corpo geologico e atmosferico in trasformazione, mettendo in relazione fenomeni naturali, cambiamenti climatici e stratificazioni profonde. Terzo classificato Roma non realizzata. Visioni per un’altra possibile capitale di Paolo Marcoaldi, cartografia alternativa della città costruita attraverso la ricomposizione di progetti mai realizzati, da cui emerge una Roma fatta di possibilità sospese e ipotesi stratificate. Quarto contributo premiato #ROME di Giorgio Lana, che affronta il tema della rappresentazione della città nell’epoca dell’overtourism e della produzione massiva di immagini, mettendo a confronto sguardo autoriale e sguardo turistico.
Le interviste ai vincitori della Call for Contributions
Tutti gli altri eventi del Village
A definire il carattere del Village sono stati però anche tutti quei momenti che hanno completato e arricchito il programma, trasformando il giardino della Casa dell’Architettura in uno spazio abitato e condiviso, in una infrastruttura culturale aperta. Le sessioni di stand up comedy con Aurora Di Marcantonio, Chiara Pichierri, Matteo D’Argenio e Davide Marini hanno introdotto un registro ironico e dissonante dentro la riflessione sulla città; la serata di venerdì si è poi aperta alla musica con Spaghetti Unplugged x CdA, tra live set, open mic, convivialità e dj set, mentre sabato si è chiusa con la performance audiovisiva The Archive of the #Untamed, a cura di Elisa Catalano, Giuseppe Di Capua, Micol Gelsi, Federico Monte, Stiky Verde e Paolo Rucci, ulteriore esempio di ibridazione con il mondo delle arti multimediali. Insieme alla presenza di realtà come Esquilibri, La Differenza e Smile, questi momenti hanno dato corpo all’idea di un villaggio culturale capace di mettere in relazione contenuti, pratiche e pubblici diversi. (FN)
Fotografie di ©Greta Lamonea