Tecnologia e intelligenza artificiale, ma anche qualità dello spazio urbano, nuove competenze professionali, rapporto con i cittadini e trasformazione dei modelli dell’abitare. Il futuro della città non passa soltanto dall’innovazione degli strumenti, ma dalla capacità di governare i cambiamenti mettendo al centro le persone, la qualità della vita e il ruolo dei professionisti nella costruzione degli spazi. Allo stesso modo, la casa non può essere considerata esclusivamente come un bene patrimoniale, ma chiama in causa temi come sostenibilità, accessibilità, sicurezza, responsabilità, fiducia e certezza delle regole.
Sono stati questi i punti di partenza di «Il futuro della città – Il domani dell’abitare», pomeriggio organizzato dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia venerdì 25 settembre a Palazzo Taverna,a Roma, nell’ambito della Rome Future Week 2026, il festival dedicato al futuro e all’innovazione ideato e diretto da Michele Franzese. L’appuntamento, inserito nella giornata «Abitare il futuro», è stato articolato in tre momenti tematici che hanno spaziato dalle smart cities alle nuove competenze professionali fino alle prospettive dell’abitare. Il coordinamento scientifico è stato di Simone Cellitti, consigliere OAR delegato all’Innovazione e all’Internazionalizzazione, Paolo Leccese, direttore editoriale di Casa Radio, e Marco Maria Sambo, direttore editoriale di AR Magazine e delle pubblicazioni dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia.
«Il convegno si inserisce nel programma di Rome Future Week, festival ideato e diretto da Michele Franzese», ha spiegato Marco Maria Sambo in apertura dell’evento, sottolineando «l’importanza del libro ufficiale dell’edizione 2026 di Rome Future Week, uscito proprio in questi giorni: ‘Roma periodica. Rome Future Week. Poetica di una città’, Tascabile di AR Magazine realizzato dalla casa editrice dell’Ordine, Acquario Romano Editore. Un volume corale che raccoglie numerosi contributi di giornalisti, filosofi, architetti, professori, attori e personalità della cultura per raccontare il contemporaneo e il futuro di una Roma che cambia, mettendo in relazione architettura, innovazione, filosofia e trasformazioni urbane».

Ad aprire la riflessione sui temi del giorno è stato il presidente OAR, Christian Rocchi, che ha riportato al centro il tema della responsabilità degli architetti nella trasformazione delle città, collegandolo anche alla riflessione e all’impegno portato avanti dall’Ordine romano sui temi della legalità (pochi giorni fa l’evento «A 50 anni dalla Relazione di minoranza. Una lezione ancora aperta»: LINK) e al tema della qualità delle trasformazioni e della necessità di creare condizioni adeguate perché la professione possa incidere realmente sul tessuto urbano. «Il futuro delle nostre città passa anche e soprattutto attraverso la selezione delle migliori forze, dei migliori architetti e delle migliori proposte – ha detto -. Ma la selezione purtroppo la fanno leggi che spesso non sono in grado di selezionare la qualità dell’architettura». Un passaggio che il presidente OAR ha collegato direttamente agli strumenti normativi e alle modalità di affidamento degli incarichi: «Non lo fa il DPR 380 perché seleziona burocrati. Non lo fa il codice degli appalti perché, come ho detto con parole testuali, seleziona enigmisti». Secondo Rocchi, infatti, la questione non riguarda soltanto le procedure, ma il modello di città che quelle procedure contribuiscono a produrre. «Quello che abbiamo chiesto è di immaginare di far funzionare le città, di immaginare un futuro positivo delle città, nel segno della inclusione sociale». L’architettura, ha concluso, «è uno strumento straordinario di riconnessione delle varie parti di città».

Ad ampliare la riflessione dalla dimensione romana a quella nazionale e internazionale, facendo riferimento alle dinamiche di sviluppo di città italiane, europee ed estere, è stato Alessandro Panci, presidente del Cnappc, ponendo una domanda di fondo: quale sarà lo spazio di vita delle città future e quale ruolo avranno gli architetti nel determinarlo? «È estremamente importante – ha affermato – far capire quanto la nostra figura possa essere parte attiva di tutto quello che è il processo di cambiamento all’interno dei nostri siti urbani». Per Panci, parlare di futuro della città significa prima di tutto parlare delle persone: «La città esiste perché ci sono delle persone che la abitano. Quindi – anzitutto – qual è lo spazio? Qual è lo spazio di vita futuro? Questo è forse la riflessione più importante». Il presidente CNAPPC ha quindi richiamato la necessità di ripensare anche gli spazi dell’abitare alla luce dei cambiamenti sociali e demografici. «Le famiglie sono sempre più piccole, le necessità spesso non sono più quelle di famiglie allargate. Probabilmente la nostra vita sta cambiando, quindi è necessario comprendere anche la necessità di spazi versatili. L’obiettivo, ha spiegato, è fare in modo che il patrimonio costruito oggi possa rispondere anche alle esigenze future».

A presentare il senso della giornata è stato Paolo Leccese, direttore editoriale di Casa Radio, che ha illustrato i temi al centro del confronto. «Abbiamo ideato, insieme a Rome Future Week, un programma che ha messo insieme una storia strutturata su tre capitoli. Il primo dedicato alla smart city e al modello urbano del futuro, il secondo alla trasformazione delle professioni tecniche in rapporto alle nuove tecnologie e il terzo alla proprietà e alle condizioni necessarie per tutelarla e renderla parte della risposta al problema abitativo». Occasioni come questa, ha osseervato, hanno senso «proprio perché immerso in un dialogo, una comunicazione che dura e che prosegue ogni giorno».
La video pillola di Paolo Leccese
Le sessioni e il confronto
Il primo panel, «Smart Cities – Città intelligenti, smart buildings e nuovi modelli urbani», ha affrontato l’evoluzione delle città intelligenti, degli edifici connessi, della mobilità sostenibile e delle nuove modalità di gestione degli spazi urbani, con l’obiettivo di interrogarsi su come l’innovazione possa tradursi in una maggiore qualità della vita.
Tra gli interventi quello del vicepresidente OAR Lorenzo Busnengo, che ha riportato la discussione alle condizioni concrete nelle quali gli architetti sono chiamati a operare, osservando o me il tema della smart city non possa essere separato, ad esempio, dall’efficienza dei servizi amministrativi. «Smart City? Sì, bellissimo concetto, tutto informatizzato, è la città della trasformazione. Noi, però – nella pratica – abbiamo un archivio che per ottenere una legittimità di un progetto aspettiamo dieci mesi e non siamo in grado di progettare. Quindi va detto che intanto bisogna informatizzare i servizi. Dobbiamo trovarci nelle condizioni di esercitare la nostra capacità intellettuale di professionisti per poter progettare città che si trasformano ed edifici smart».
Nel corso dello stesso panel è intervenuto da remoto Roberto Ricci, consigliere CNAPPC con delega all’Internazionalizzazione e capo delegazione italiana, contribuendo alla discussione sui processi di trasformazione urbana, sull’innovazione e sulle nuove prospettive della professione in un quadro sempre più internazionale.
Un’altro punto di vista è stato offerto da Leandro Aglieri, presidente della Consulta Roma Smart City Lab, organismo consultivo del sindaco e della Giunta che conta oltre 330 aderenti, articolato in 11 tavoli tematici. Aglieri ha illustrato il lavoro della Consulta e il manifesto «Roma città solare, la rivoluzione dal basso», nato dalla volontà di spostare il paradigma della smart city da una concezione esclusivamente tecnologica a una più vicina ai cittadini. «Vogliamo cambiare il paradigma da una città semplicemente tecnologicamente avanzata a una città più vicina ai cittadini, in cui migliorare la qualità della vita dei cittadini diventa l’obiettivo principale, nel quale la tecnologia è soltanto un mezzo e non un fine». Un approccio che, ha spiegato, «punta alla coprogettazione dal basso, coinvolgendo associazioni, comitati di quartiere, cittadini, startup, imprese, università e ricerca».
L’intervista a Leandro Aglieri
La seconda sessione, «Architettura, professione, futuro – Nuove competenze, nuovi linguaggi, nuove responsabilità», ha spostato l’attenzione sulle trasformazioni che stanno interessando la professione, tra strumenti digitali, intelligenza artificiale, nuove modalità di comunicazione e necessità di costruire un rapporto più diretto con cittadini e committenti.
Per la consigliera OAR, Sabina Brinati, il punto «non è affidare alle nuove tecnologie la capacità di determinare il futuro dell’architettura, ma utilizzarle per rispondere meglio a bisogni, che restano profondamente umani». La sfida del futuro, «la sfida dell’architetto nella sua professione per il futuro – ha affermato – non è quella di creare una cosa nuova, ma di dare probabilmente delle risposte nuove alle esigenze che sono le esigenze di sempre». Tra queste, la necessità di una casa confortevole e di spazi urbani capaci di costruire relazioni e qualità. Da qui il tema della scelta, che secondo Brinati resta una prerogativa della competenza professionale anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale. «Gli algoritmi, l’intelligenza artificiale ci possono dare mille soluzioni, ma la scelta della soluzione migliore può essere fatta solo da chi ha competenze, chi ha cultura, chi ha capacità di sintetizzare e coadiuvare tutte le attività professionali».
La riflessione di Sabina Brinati
Sul rapporto tra innovazione e professione si è invece concentrata, tra l’altro, Daniela Covato, della Commissione Innovazione OAR, che ha parlato dell’evoluzione verso quello che ha definito «Architetto 5.0». Intelligenza artificiale, digital twin e BIM – ha osservato – «ampliano gli strumenti a disposizione, ma non esauriscono la trasformazione necessaria. L’architetto deve diventare un umanista, cioè non può più essere la figura preposta al mero progetto, che sia architettonico del manufatto o della città o delle infrastrutture, ma deve essere un architetto empatico, capace di dialogare con il cliente nel suo linguaggio». Per Covato, una delle sfide riguarda proprio la capacità di tradurre la complessità tecnica in un linguaggio comprensibile. «Dobbiamo essere bravi – ha rimarcato – a tradurre a livello empirico la competenza tecnica. Dobbiamo superare quello che è il gap informativo che attualmente c’è, il linguaggio strettamente architettonico e tecnico e il linguaggio di comunicazione con l’utente finale».
Il video completo di Daniela Covato
Il terzo focus, dedicato a «Futuro dell’abitare – Casa, valore, responsabilità e fiducia», ha affrontato il tema della casa non soltanto come patrimonio, ma come elemento nel quale si intrecciano sicurezza, investimento, sostenibilità, gestione, accessibilità, diritti e doveri. Un confronto che ha coinvolto professionisti, rappresentanti delle associazioni di categoria e operatori del settore.
Tra gli interventi quello di Claudia Barina, presidente di Confedilizia Roma, che ha richiamato in particolare il rapporto tra proprietà, fiducia e certezza delle regole. «Parliamo di città, tecnologia, nuovi strumenti e nuovi materiali per le costruzioni, ma parliamo anche di valore, di responsabilità, di fiducia e di certezza. Parlo di certezza del diritto, perché se non c’è certezza nel diritto non ci può essere fiducia e senza fiducia non ci può essere investimento». Per Barina, la proprietà privata può contribuire alla risposta al problema abitativo, ma solo se vengono create condizioni favorevoli per mettere gli immobili sul mercato. «Dobbiamo creare le condizioni – ha precisato – perché il proprietario abbia la convenienza e la fiducia di mettere il proprio immobile sul mercato. Questo significa regole chiare e certe, una fiscalità che tenda a incentivare il proprietario a mettere a disposizione di altri il proprio immobile e tempi certi nella giustizia».
Le parole di Claudia Barina
Il pomeriggio si è chiuso con le conclusioni di Paolo Leccese, Simone Cellitti e Marco Maria Sambo, che hanno ripreso i principali temi emersi nel corso delle tre sessioni, riportando al centro il rapporto tra innovazione, trasformazione della città e responsabilità della professione. Una riflessione che, attraverso prospettive diverse, ha messo in evidenza come il futuro dell’abitare non possa essere affidato soltanto alla tecnologia: richiede competenze, capacità di scelta, qualità del progetto e una relazione più consapevole tra professionisti, istituzioni, cittadini e territorio.
Nella sua riflessione conclusiva Simone Cellitti, consigliere dell’OAR e delegato alla Commissione Innovazione e Internazionalizzazione, ha sottolineato, in particolare, la volontà di dare continuità al confronto: L’evento – ha detto – «è stato un momento dedicato al futuro della città e alla possibilità di mettere a confronto tanti interlocutori qualificati, in un’ottica multidisciplinare. Abbiamo parlato di smart cities, innovazione tecnologica e trasformazione della professione, cercando di intercettare quelli che saranno i bisogni del presente e del futuro. È un tema che ci accompagnerà anche nei prossimi appuntamenti: il 19 e 20 ottobre, alla Casa dell’Architettura, torneremo ad affrontare questi argomenti attraverso nuovi momenti di confronto e comunicazione sull’abitare».
La video riflessione di Simone Cellitti
(FN)