Dieci anni dopo il terremoto del 24 agosto 2016 che distrusse Amatrice e colpì duramente il Centro Italia, da Accumoli ad Arquata del Tronto, il tema della ricostruzione continua a interrogare istituzioni, professionisti e comunità locali. Un percorso che non riguarda soltanto il ripristino degli edifici e delle infrastrutture, ma investe questioni più profonde legate alla capacità dei territori di mantenere la propria identità, contrastare lo spopolamento e ricostruire il tessuto sociale che rende vivi i luoghi.
In questi anni l’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia ha seguito con continuità le vicende delle aree colpite dal sisma, promuovendo momenti di confronto, attività di studio e iniziative sul campo attraverso il lavoro della Commissione Protezione Civile. Un impegno che richiama il ruolo sociale dell’architetto, chiamato non solo a progettare edifici sicuri e adeguati ai contesti, ma anche a contribuire alla qualità della vita delle comunità e alla costruzione di una visione condivisa del futuro.
«A dieci anni dal terremoto di Amatrice – spiega il presiedente OAR, Christian Rocchi – ci si trova di fronte a una riflessione di base. Dopo ogni sisma, la comunità di coloro che – a qualsiasi titolo – sono deputati alla modifica del nostro ambiente costruito deve, ogni volta, tornare a riflettere sui sistemi di costruzione, per quanto riguarda gli edifici da costruire ex novo e, soprattutto, sulle metodologie di consolidamento delle costruzioni in muratura. Ogni volta si dovrebbe capire quali siano i nodi non solo tecnici, ma anche burocratici. Se in tempo di normalità, infatti, una burocrazia lenta è vagamente tollerabile, in un momento nel quale la velocità dei cantieri diventa essenziale, un apparato burocratico fermo o che pone problemi invece di risolverli non solo è intollerabile, ma è anche immorale». Non solo, prosegue Rocchi: «Con la ricostruzione dei paesi coinvolti nel sisma di Amatrice – sottolinea – si è aggiunta un’altra questione, che dipende dalla scarsa capacità di visione del nostro futuro. Alcune leggi nate per sostenere l’economia, come quella dei Superbonus, hanno finito per lasciare i cantieri della ricostruzione pressoché vuoti. Se dobbiamo imparare qualcosa da questo decennale è sicuramente quello di non pensare a un problema per volta. La politica nazionale dovrebbe avere una visione complessiva, a lunga gittata, ed essere previdente. La Treccani definisce previdente la persona che, prevedendo ciò che potrà accadere, e in particolare una situazione sfavorevole, provvede per tempo a procurarsi ciò che serve o a dotarsi delle difese necessarie per non subire danni. È una parola che dovrebbe essere alla base di ogni politica».
Una politica previdente, nel caso dei terremoti, conclude il presidente OAR, «non solo mantiene o rimette in piedi gli edifici velocemente, ma tiene coese anche le stesse basi sociali che costituiscono i paesi interessati dall’evento sismico. E la parola ‘previdente’ ha anche la stessa radice latina del termine ‘prevenzione’. Questo dovrebbero averci insegnato i terremoti passati: ad essere previdenti e a fare prevenzione».
Da queste considerazioni e non solo prenderà le mosse «Amatrice Agosto 2016 – Agosto 2026. Dieci anni dopo il sisma del Centro Italia», il convegno promosso dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia in programma il prossimo 7 settembre alla Casa dell’Architettura di Roma. L’appuntamento – con il coordinamento scientifico di Carlo Zaffina, tesoriere OAR e Coordinatore Commissione Protezione Civile OAR – proporrà un confronto multidisciplinare tra rappresentanti delle istituzioni, della struttura commissariale per la ricostruzione, della soprintendenza, delle forze armate, del mondo accademico e delle professioni, con l’obiettivo di analizzare il percorso compiuto e individuare le prospettive future.
Un percorso che, per Zaffina, impone di distinguere con chiarezza tra quanto è stato fatto nella fase dell’emergenza e quanto resta ancora da completare sul fronte della ricostruzione. «A dieci anni dal sisma – afferma il tesoriere e coordinatore Commissione Protezione Civile OAR – credo sia doveroso riconoscere che la macchina dell’emergenza, nella fase immediatamente successiva alle scosse, ha saputo reagire con grande efficacia. La mobilitazione di oltre 900 tecnici AeDES per le verifiche di agibilità ha rappresentato uno sforzo straordinario, che ha consentito di dare risposte concrete alle popolazioni colpite e di conoscere in tempi relativamente rapidi la reale condizione del patrimonio edilizio. Quell’esperienza ha lasciato un patrimonio umano e professionale enorme. Migliaia di tecnici hanno lavorato sul campo, confrontandosi con una situazione emergenziale complessa e maturando competenze che oggi costituiscono una risorsa fondamentale per il sistema di protezione civile. È anche grazie a quella esperienza che si sono poste le basi per la successiva costituzione della Struttura Tecnica Nazionale, di cui oggi facciamo parte, consolidando il ruolo delle professioni tecniche all’interno del sistema di gestione delle emergenze.
Diverso è il bilancio da fare guardando alla ricostruzione. A dieci anni dal terremoto – sottolinea Zaffina – una ricostruzione che procede intorno al 40% impone una riflessione seria sulle criticità che ne hanno rallentato il percorso: la complessità normativa e procedurale, la stratificazione delle ordinanze, gli adempimenti amministrativi e gli impedimenti che, nel tempo, hanno reso più difficile trasformare le risorse e i progetti in cantieri e opere realizzate. Non si tratta di attribuire responsabilità, ma di comprendere cosa non ha funzionato e cosa può essere migliorato. Se il ritmo della ricostruzione rimanesse quello registrato in questi dieci anni, il completamento richiederebbe ancora un periodo molto lungo. E questo pone un problema che va ben oltre la dimensione edilizia: nel frattempo i territori continuano a confrontarsi con lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione e un ricambio generazionale sempre più difficile». Ricostruire, quindi – conclude – «non può significare soltanto riparare edifici. Significa ricostruire le condizioni perché le persone possano tornare a vivere, lavorare e investire in questi territori. La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: trasformare la ricostruzione fisica in una vera ricostruzione sociale ed economica, facendo tesoro dell’esperienza maturata nell’emergenza e intervenendo sulle criticità che ancora oggi ne rallentano il completamento».
Il convegno del 7 settembre si svolgerà proprio in tale ottica, ripercorrendo l’evoluzione della gestione dell’emergenza, delle ordinanze e degli strumenti normativi che hanno accompagnato il processo di ricostruzione, approfondendo al tempo stesso le criticità che ancora caratterizzano molti territori del cratere sismico. Attraverso il contributo di tecnici, studiosi e amministratori verranno affrontati i temi della tutela del patrimonio costruito, della qualità degli interventi, della gestione dei cantieri e delle diverse strategie adottate nei processi di ricostruzione. Particolare attenzione sarà dedicata a uno degli aspetti più delicati emersi in questi dieci anni: la progressiva perdita di popolazione e il rischio di dissoluzione di quel patrimonio sociale e identitario che costituisce l’essenza stessa dei luoghi. Il confronto sarà arricchito dal contributo di sociologi e psicologi chiamati a riflettere sulla tenuta delle comunità e sulle condizioni necessarie per garantire una reale ripartenza dei territori.
Il programma
(FN)