Progettare spazi accessibili significa andare oltre il superamento delle barriere architettoniche, considerando le diverse esigenze delle persone, le modalità di utilizzo degli ambienti e la possibilità di vivere luoghi e servizi sempre in condizioni di autonomia, comfort e sicurezza. Una prospettiva che chiama l’architettura e il design a confrontarsi con un concetto ampio di inclusione, capace di incidere non soltanto sull’organizzazione degli spazi, ma anche sulla qualità della vita e sulle relazioni tra le persone e i contesti che abitano. È in questo quadro che si inserisce il Premio Fabrizio Vescovo – Cultura del progetto, cultura dell’accessibilità, giunto alla seconda edizione, i cui riconoscimenti sono stati consegnati lo scorso 2 ottobre alla Casa dell’Architettura, nell’ambito di FAR26, il Festival dell’Architettura di Roma promosso dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia. Curato dall’Osservatorio Accessibilità OAR, il premio – il cui bando è stato pubblicato su CAN – Competition Architecture Network, la piattaforma telematica dedicata ai concorsi messa a disposizione dall’OAR – intende individuare e divulgare progetti, ricerche e tesi di laurea nei quali accessibilità e inclusione rappresentino elementi centrali del processo progettuale, promuovendo esperienze meritevoli anche attraverso riconoscimenti economici e successive attività di comunicazione e valorizzazione da parte dell’Ordine.
Il premio ricorda la figura dell’architetto Fabrizio Vescovo, riferimento nazionale e regionale nell’impegno per il superamento delle barriere architettoniche e per la piena inclusione delle persone con disabilità, nonché promotore di leggi e linee guida in materia. L’obiettivo è mantenere viva questa eredità attraverso una cultura del progetto nella quale l’accessibilità non sia un requisito da aggiungere a posteriori, ma un principio da assumere fin dalle prime fasi della progettazione.
A esaminare e selezionare le proposte ricevute una giuria formata da Alice Buzzone, direttrice di FAR e responsabile dell’Osservatorio Accessibilità e Universal Design OAR, Lucia Martincigh, Daniela Orlandi, Enrico Ricci e Antonietta Villanti, architetti componenti dell’Osservatorio con competenze ed esperienze nei campi della progettazione accessibile, dell’Universal Design e del superamento delle barriere architettoniche.
«Il Premio Fabrizio Vescovo – spiega Alice Buzzone – ha per noi un’importanza culturale e politica, perché contribuisce a stimolare una riflessione sull’accessibilità e a promuoverne una concezione realmente universale. La speranza è che il premio diventi anche un osservatorio permanente sulle esperienze che maturano nel Lazio e sul lavoro di chi si è formato nel nostro territorio, dando visibilità a progetti, ricerche e sperimentazioni capaci di tradurre l’inclusione in qualità concreta dello spazio»
I premi: progetti e design
Per la sezione «Architettura non realizzata» è stata assegnata una menzione a Theodor Mihail Ciuca per Per frammenti – Da barriera a connessione, progetto riferito all’area del Casilino, a Roma. La giuria ha valorizzato soprattutto l’approccio complessivo al tema dell’accessibilità, esteso oltre i percorsi e le barriere fisiche per comprendere anche la disposizione delle sedute, la fruibilità delle attrezzature e la cura del verde, con attenzione alla mitigazione del surriscaldamento e dell’inquinamento atmosferico e acustico. Il progetto è stato segnalato per la capacità di considerare, in una visione unitaria, le diverse condizioni che rendono uno spazio pubblico realmente fruibile, con un approccio che la giuria ha definito «onnicomprensivo».
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Nella categoria «Design realizzato» il riconoscimento è andato a Maurizio Costanzi per Infodesk, modulo informativo pensato come un organismo replicabile, capace di adattarsi a contesti diversi. A motivare la scelta della giuria sono state la possibilità di replicare la soluzione, la capacità di rispondere alle esigenze di accessibilità di diverse tipologie di utenti e l’originalità del progetto. Tre aspetti che individuano nel design uno strumento per rendere più inclusivi gli spazi e i servizi, attraverso soluzioni che possano trovare applicazione anche in contesti differenti.
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Una menzione è stata assegnata, nella sezione «Design non realizzato», a Studio Stefano Pediconi per ONE Inclusive and wellness room. Il progetto si distingue per l’attenzione a un’utenza ampliata, con particolare riferimento alle disabilità cognitive e sensoriali. La giuria ha apprezzato il rapporto tra cromie, arredi e materiali, pensato per costruire un ambiente confortevole e riconoscibile, insieme all’impiego di accorgimenti rivolti a persone daltoniche, non udenti o ipersensibili all’elettrosmog e di ausili consolidati, come le mappe tattili.
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Per la sezione «Architettura realizzata», invece, non è stato assegnato alcun premio.
La ricerca come strumento per ripensare l’accessibilità
Nella sezione Ricerche è stata premiata la tesi di dottorato Architettura inclusiva, non esclusiva. Come lo spazio ci influenza, di Chiara Pecilli, della Sapienza Università di Roma. Il lavoro affronta il tema dell’accessibilità attraverso un’impostazione giudicata innovativa e capace di ricomprendere dimensioni diverse dell’esperienza dello spazio. A colpire è stata, in particolare, l’individuazione di strumenti progettuali trasferibili e replicabili, in grado di tradurre la riflessione teorica in indicazioni utilizzabili anche in altri processi di progettazione. Il riconoscimento sottolinea così il ruolo della ricerca nel costruire metodi e riferimenti utili a rendere l’inclusione parte integrante della cultura architettonica.
Le tesi di laurea: inclusione, rigenerazione e nuovi usi dello spazio
Per la sezione Tesi di laurea magistrale il premio è stato assegnato ad Anna Mezzalana, della Sapienza Università di Roma, per Borghi che accolgono, spazi che curano. La rigenerazione del borgo di Cicignano come borgo diffuso per vivere l’Alzheimer. Il progetto assume l’accessibilità come principio ordinatore della trasformazione del borgo, concentrandosi sulle esigenze delle persone con Alzheimer nelle prime fasi della malattia, ma considerando al tempo stesso una pluralità di utenti. Le soluzioni riguardano sia la fruizione degli spazi aperti sia l’organizzazione degli alloggi. La giuria ha riconosciuto l’originalità di una proposta che mette in relazione progettazione inclusiva e rigenerazione sostenibile, affrontando anche la dimensione sociale ed economica di un borgo interessato da fenomeni di spopolamento.
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Una menzione nella stessa sezione è andata a Federica Flamini, dell’Università degli Studi Roma Tre, per Lo sport come infrastruttura di inclusione. Dal degrado alla rigenerazione del centro sportivo Sergio De Gregorio – Settecamini. La tesi affronta la trasformazione di un impianto sportivo esistente attraverso una proposta che considera l’accessibilità e le esigenze di un’utenza ampliata come elementi centrali del progetto. La giuria ha sottolineato l’articolazione del tema dell’inclusione e l’innovazione nella concezione di uno spazio sportivo aperto a tutte le utenze, nel quale l’attività sportiva può diventare occasione di condivisione e partecipazione.
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Un quadro articolato: tra soluzioni e criticità
Le candidature ricevute hanno restituito un quadro articolato – esperienze differenti per scala, ambito e grado di sviluppo, accomunate dalla ricerca di soluzioni capaci di rispondere a esigenze diverse – ma non senza alcune criticità. Come sottolineato dalla giuria, «l’accessibilità ancora non viene intesa in senso universale nella maggior parte dei lavori presentati». In diversi casi, inoltre, l’assenza di riferimenti metrici o di dettagli specifici non ha consentito di verificare pienamente le soluzioni adottate. Anche per questo non sono stati assegnati riconoscimenti in tutte le categorie: una scelta che richiama l’esigenza di rendere l’accessibilità un criterio effettivo e verificabile, oltre che una dichiarazione d’intenti. (FN)
Nella foto di copertina una immagine del progetto «Per frammenti – Da barriera a connessione» di Theodor Mihail Ciuca