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11 Ottobre 2023

Ephemera come Architettura: dall’archivio e dal fondo librario di Giorgio Wenter Marini

Il 20 febbraio 2023 nei pressi della biblioteca dell’Università Iuav di Venezia è stata inaugurata la mostra Ephemera come Architettura, realizzata con lo straordinario materiale archivistico del fondo di Giorgio Wenter Marini, architetto italiano nato a Rovereto nel 1890, all’epoca sotto la dominazione austroungarica. L’esibizione – curata da Raffaele Geronazzo e Mario Lupano – è rimasta aperta fino all’8 marzo.

Ephemera come architettura – dall’archivio e dal fondo librario di Giorgio Wenter Marini. mostra a cura di Raffaele Geronazzo e Mario Lupano. 20.2/8.3.2023, Biblioteca Tolentini, Venezia.

Leggendo il titolo di questo contributo, una prima questione da porsi potrebbe essere la seguente: cosa si intende per Ephemera? Gli Ephemera si caratterizzano come oggetti ambigui, sospesi tra il materiale da scartare, da gettare nel cestino, e il documento archivistico dall’ampio valore storico. Certo, pensare che questi oggetti siano relativi a un periodo che va tra i 70 e i 110 anni fa, lascia propendere più per la seconda opzione. Inoltre, associare questo stesso materiale alla carriera professionale di un architetto come Giorgio Wenter (1890-1873), non lascia spazio a dubbi.

Ora, la seconda domanda potrebbe essere: chi è Giorgio Wenter? Gli appassionati di storia dell’architettura romana del primo Novecento e i professionisti del settore, lo associano con facilità a Marcello Piacentini, e in particolare al Cinema Corso, una delle prime opere dell’architetto, tra le più importanti e discusse. Ma al di là di questo riferimento, risalente agli anni della Grande guerra, sembra che di Wenter non si sappia molto altro. Altre tracce riguardanti l’architetto trentino affiorano se si consulta il numero speciale di Architettura del 1938, dove lo troviamo cofirmatario del progetto di concorso per la piazza Imperiale all’E42, all’interno del gruppo di Duilio Torres.

Ovviamente in rete si trovano alcune informazioni sulla sua biografia. Sulla pagina della Treccani ad esempio, all’interno del dizionario biografico degli italiani, si accenna sinteticamente alla sua formazione a Monaco di Baviera, e al suo breve periodo romano, ma ciò non risulta sufficiente per ricostruire un profilo così complesso e sfaccettato come quello di Wenter. Inoltre, nel nostro caso, il suo periodo di attività presso la Capitale, avvenuto subito dopo il periodo di formazione in Germania, diventa cruciale al fine di indagare le connessioni – a volte sottotraccia – tra la particolare modernità romana e quella più specificamente mitteleuropea.

Ed ecco che giungono in nostro aiuto gli Ephemera, i suoi preziosi documenti raccolti durante tutta la vita, non solo professionale ma anche privata e familiare. Conservati presso l’Ateneo dello Iuav e acquisiti direttamente dagli eredi. Forse sono proprio questi Ephemera, più che i progetti e le realizzazioni, il materiale ideale per raccontare la vita e le opere dell’architetto roveretano, elevandosi a narrazione grafica di una carriera fatta di studi e visioni, pensieri, scritti e disegni.

Ephemera come architettura – dall’archivio e dal fondo librario di Giorgio Wenter Marini. mostra a cura di Raffaele Geronazzo e Mario Lupano. 20.2/8.3.2023, Biblioteca Tolentini, Venezia – foto dell’esposizione

L’installazione negli spazi dell’ateneo veneziano è impostata con una successione di display in cui gli Ephemera sono stati collocati con assoluto criterio, seguendo un percorso cronologico e tematico. Dalla formazione a Rovereto si passa a quella a Monaco di Baviera presso la Technische Universität, in cui operava la figura cardinale di Theodor Fischer, maestro di un’intera generazione di architetti, tra cui anche Erich Mendelsohn. In questo clima frizzante, denso di cultura architettonica e sperimentalismi artistici, non solo germanici ma europei, Wenter assorbe tutta una serie di nozioni che variano dalla geometria descrittiva sino agli insegnamenti di ‘sittiana’ memoria, come lo stadtbaukunst, l’edilizia cittadina, l’ambientismo.

Se i primi anni del decennio risultano decisivi per l’ambiente bavarese, tra il 1914 e il 1915 si precipita nella tragedia della Prima guerra mondiale. Risale proprio al 1915 il trasferimento di Wenter in Italia, e nella fattispecie a Roma. Dopo una prima fase improntata su lavori dal carattere archeologico – partecipa ad esempio alle campagne di scavo del Palatino con Giacomo Boni – approda alla corte dello studio Piacentini. Tornando all’edilizia cittadina, questa sarà proprio la disciplina che Marcello Piacentini insegnerà nella nuova Scuola di Architettura di Roma a partire dal 1919-20, e chissà in quali termini si definì il contributo e l’influenza di Wenter proprio in questo ambito.

Sicuramente ‘la mano’ di Giorgio Wenter si nota sia nei disegni – molti dei quali eseguiti di suo pugno –, sia soprattutto nel linguaggio architettonico dello studio in quegli anni decisivi. Proprio in merito alla produzione architettonica di Piacentini, si scrive spesso della sua svolta secessionista, o del suo periodo ‘viennese’; ma soprattutto si parla della pietra dello scandalo: la facciata del Cinema Corso.

Cinema teatro Corso, Roma, 1917. Giorgio Wenter Marini e Marcello Piacentini – vista esterna – fonte sito web: Rerum Romanarum
Cinema teatro Corso, Roma, 1917. Giorgio Wenter Marini e Marcello Piacentini – vista interna – fonte sito web: Rerum Romanarum

In uno dei display dedicati a Roma – presente nella seconda parte della mostra – vi è tutta una sezione dedicata all’opera in questione. Disegni e schizzi di soluzioni intermedie o alternative, dettagli decorativi, piante dell’interno, e soprattutto alcune fotografie della prima versione della facciata, quella appunto che determinò lo scandalo e le accuse di “filo-tedeschismo” (da questo momento infatti Giorgio Wenter aggiunge al proprio cognome paterno anche quello, più italiano, della madre: Marini).

È noto come queste accuse costarono proprio allo studio le spese di rettifica stilistica della facciata, scendendo in un più scontato e stantio classicismo di derivazione accademica. I due iconici bow-window laterali furono demoliti e sostituiti da delle ampie finestre rettangolari; stessa sorte toccò alle quattro finestre centrali con i loro particolari infissi – anch’essi riecheggianti il tema del bow-window – e soprattutto con l’ampio apparato decorativo in stucco di Alfredo Biagini. Il tutto venne appiattito con una serie di quattro oblò dalla forma ovale, scadendo nell’anonimato e rinunciando a qualsiasi tentativo di sperimentazione stilistica.

Cinema teatro Corso, Roma, 1917. Giorgio Wenter Marini e Marcello Piacentini – vista interna – fonte sito web: Rerum Romanarum

Ma ormai il dado era stato tratto, la temperie artistica austro-tedesca aveva varcato il Rubicone, e, negli anni successivi, l’influenza di Wenter Marini tornerà a emergere, in particolar modo nella serie di villini e palazzine realizzate da Piacentini a cavallo del ’20. Si iniziano a creare i presupposti di quella che nella mostra è chiamata la Babylon-Rome.

Il resto dell’esposizione si sviluppa seguendo itinerari lontani dalla Capitale. Il ritorno nel trentino è caratterizzato dalla valorizzazione del vernacolo e dalle proposte per temi legati all’architettura alpina, sospesa tra radici italiane e sensibilità ed estetiche austro tedesche.
Gli anni Trenta segnano invece il necessario confronto col il razionalismo, di cui risulta emblematica la lettera del conterraneo Adalberto Libera e le ‘trattative’ per aderire allo schieramento del Miar.
Il dopoguerra è infine maggiormente segnato dall’insegnamento – Wenter è docente a Venezia già dal 1938 – e dalla ricerca nei campi più varî delle arti minori e di quelle applicate, come l’incisione e la grafica.

In conclusione va sottolineato il merito dei curatori, non solo nell’aver messo in scena un materiale di per sé già parlante, ma soprattutto nell’aver posto l’accento su alcuni temi, in particolare su quelli decisivi per esemplificare il sottile e a tratti nebuloso rapporto tra Roma e l’Europa, o meglio, tra la modernità romana e quella europea. A livello più strettamente culturale bisogna ad esempio rimarcare anche l’importanza del materiale relativo al fondo librario di Wenter, tra i cui titoli possiamo brevemente citare Rythme et Architecture di Georges Jouven, i due volumi Le nombre d’or di Matila Ghyka, e Vortrage über Proportionem di Theodor Fischer.

Tutti questi diversi aspetti vanno a innestarsi in un più ampio macro-tema come quello dei rapporti internazionali e soprattutto interculturali tra Roma, l’Italia e il resto d’Europa, di cui questo lasso temporale rappresenta un fondamentale crocevia; in tale snodo, all’alba di una certa idea di modernità, la figura complessa di Giorgio Wenter Marini emerge in tutta la sua geniale poliedricità.

Clicca qui per leggere la brochure informativa dell’esposizione

di Antonio Schiavo

Architetto, Redazione AR Web

Visual Editing : Giuseppe Felici

Architetto, Redazione AR Web

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