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02 Agosto 2022

Presentazione del volume “Poesia della curva” di Paolo Portoghesi

Archivio Storico della Presidenza della Repubblica – Palazzo Sant’Andrea. Roma, 4 luglio 2022

Il percorso di avvicinamento alla suggestiva cornice della presentazione del volume Poesia della curva, l’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica, pare già palesarsi come un’ideale premessa ad una delle ultime opere editoriali di Paolo Portoghesi.

Ci troviamo presso Palazzo Sant’Andrea sulla via del Quirinale, l’antica via Pia, importante asse viario già nella Roma Cinquecentesca, lungo il quale si stagliano con la loro massiva presenza plastica, opere tra le più importanti della Roma barocca: da Porta Pia di Michelangelo sino alla chiesa di Sant’Andrea al Quirinale di Bernini, passando necessariamente per San Carlino alle Quattro Fontane di Borromini.

I sopracitati monumenti barocchi risultano infatti tra i più appropriati per introdurre quella che Portoghesi chiama Poesia della curva, concetto che dà il titolo al ricco volume – edito da Gangemi – all’interno del quale l’architetto romano ci offre una vera lezione interdisciplinare che dalla matematica conduce all’architettura, spaziando sino alla filosofia e all’estetica.

Paolo Portoghesi. Poesia della Curva – Gangemi Editore, 2021

Un elogio, quello alla curva, che si inizia appunto dalla matematica, con l’intervento di Isabeau Birindelli che, introducendo la curva come deformazione di una retta (essa stessa curva non deformata), conclude approdando alle superfici algebriche di Clebsch e di Steiner, in particolare alla superficie romana, scoperta dal matematico svizzero proprio durante un soggiorno nella Capitale nel 1836, il cui modello fu fotografato dallo stesso Portoghesi nel 1961 presso la Facoltà progettata da Gio Ponti.

Giacomo Marramao riporta il discorso dalla matematica all’architettura, ma in chiave filosofica, inerpicandosi tra sinuosi sentieri lungo i quali incontra William Hogarth, Robert Musil e Gilles Deleuze.

Hogarth nel suo The Analysis of Beauty, accomuna la bellezza ad una sinusoide, ad una curva dinamica e vitale, che si invera nelle onde, nelle fronde degli alberi, nelle pieghe della natura e dell’uomo.

È proprio la piega a dare senso all’espressione umana – Paul Valéry ci ricorda come Leonardo sapesse scientificamente il modo in cui nasce un sorriso – così come è la piega a dare espressione all’architettura barocca, perché, secondo Deleuze, posta a fondamento del suo processo di creazione. Una maniera creativa che si pone come necessaria premessa alla definizione di Architettura di Musil: sintesi di anima ed esattezza.

Per l’accademico – allievo di Eugenio Garin – il valore della curva è dunque analogo alla libertà, al moto, alla bellezza. La linea retta non esiste che nella mente umana, è un principio astratto; la curva, al contrario, è naturalezza, forma metamorfica, testimonianza di creazione.

Durante il successivo intervento, Michele Emmer ci ha ricordato la recente mostra tenutasi a Villa Medici Gribouillage / Scarabocchio. Da Leonardo da Vinci a Cy Twombly, affermando come anche gli scarabocchi siano curve, espressioni personali disincantate, detentrici di un certo valore estetico. La curva, secondo Emmer, è sinonimo di infinito e di spiritualità, ma anche, più concretamente, oggetto e tema di importanti pubblicazioni: per fare qualche esempio, nel 1914 in The Curves of Life Theodor Andrea Cook ci fa una rassegna delle curve che esistono in natura, o meglio che la natura ci suggerisce; ma già Cartesio tre secoli prima nel secondo libro dell’appendice La geometria, parlava già de La natura delle linee curve.

Emmer conclude sfociando nella contemporaneità più attuale con la curva intesa come fluidità e trasformazione continua, citando l’architettura di Frank Gehry e il parametrismo di Zaha Hadid.

Zaha Hadid – MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma, 1998-2010

È Marcello Fagiolo invece a riportaci nella seconda metà del secolo scorso, in particolare negli anni Sessanta, con l’implicito ricordo della mostra su Michelangelo Architetto del 1964 – curata da Zevi e Portoghesi – e quello più esplicito di Parabola 66 – di Fagiolo e Portoghesi – di due anni successiva. Un’ode, quella di Fagiolo, non solo alla poesia della curva, ma più propriamente alla poesia di Paolo Portoghesi. Un operare, quello dell’architetto romano, che dalla «poetica della curvilineità, [nascente] dall’amore per le forme della creazione», sfocia nell’abitare poeticamente la terra.

Fagiolo chiude citando la catenaria di cui per primo parlò Christian Huygens in una lettera a Leibniz, le parabole di Antoni Gaudí, l’arco di Adalberto Libera ed infine una doppia ‘P’ accompagnata da una doppia ‘V’: quelle di «viva Paolo Portoghesi».

Proposta progettuale per la collocazione dell’Arco monumentale (Esposizione Universale di Roma – E42), 1938 ca. Archivio Storico di EUR SpA

Conclude la sessione degli interventi Luca Ribichini, offrendoci la testimonianza di un allievo del Maestro. Un Maestro che insegna l’importanza della forma nel trasmettere i concetti e i pensieri dell’architetto, nel comunicare la sua visione, il suo sentimento costruttivo, col fine di commuovere e suscitare emozioni, azioni che solo l’Architettura è in grado di compiere. Il merito di Portoghesi dunque è stato, ed è tutt’ora, il riconoscimento del valore della curva come atto di libertà espressiva, indispensabile per il fare – poeticamente – architettonico.

A chiusura dell’evento, l’attesa conclusione di Paolo Portoghesi. Egli ricorda come il libro inizi con una confessione, ovvero la profonda esigenza del ringraziamento, in sintonia con la visione heideggeriana del vivere nella gratitudine, come «unico autentico e fondamentale sapere al quale gli uomini possono pervenire».

Prosegue con il suo amore – non ricambiato – per la matematica; con l’elogio della mano, capace di accarezzare le superfici curve, di plasmare la forma, come nel caso dell’argilla; con la magnificazione della natura, insostituibile ispirazione di infinite linee curve, e del corpo umano, così come aveva già affermato Luigi Moretti in Genesi di forme dalla figura umana.

Luigi Moretti – Villa La Califfa, Santa Marinella (RM), 1966-77

Ciò si trasfigura inesorabilmente nell’opera dell’architetto che, con la sua facoltà espressiva, ha la capacità ci evocare stati d’animo al pari della musica, altra arte non rappresentativa per eccellenza, accomunata all’architettura da Wolfang Goethe a Firenze, quando mirando alla cupola del Brunelleschi parlò di gefrorene Musik (musica congelata).

La curva, conclude Portoghesi, «ha la capacità di richiamare alla vita, alla crescita»; essa in architettura esprime un atto di creazione e di sviluppo, di animazione e movimento apparente; di esistenza «in rapporto con questa realtà profonda che è l’evoluzione», un’evoluzione verso la geoarchitettura.

di Antonio Schiavo

Redazione AR Web

Visual Editing : Giuseppe Felici

Redazione AR Web

Paolo Portoghesi – Casa Baldi, Roma, 1959-61
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