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Architettura
23 Gennaio 2023

Addio archistar, è tempo di frugalità: di architettura etica, nuda e a risorse limitate

L’architettura frugale mette in mostra una condotta etica, uno stile di vita parco. Le sue espressioni, che affondano le radici nel passato, sono il frutto di un’imprescindibile presa di coscienza: le risorse non sono illimitate. L’architettura frugale, con i suoi ultimi esempi, segna il tramonto del periodo delle archistar, basato sulla scissione tra etica ed estetica, si oppone alla ricerca dello straordinario e si impone anche grazie all’affermarsi di una sensibilità ecologica. Se ne è parlato, in un racconto multidisciplinare, alla Casa dell’Architettura, sede dell’Ordine degli Architetti di Roma, nel primo dei due appuntamenti dedicato alle “Forme della frugalità“.

«L’evento è stato voluto – ha ricordato Francesco Aymonino, vicepresidente dell’OAR – dall’Ordine degli Architetti di Roma su suggerimento di Valerio Paolo Mosco che ha scritto il primo volume di una serie di sette che percorreranno, a cominciare da quello della frugalità, alcuni temi attraverso un ragionamento sui dispositivi che caratterizzano certe architetture. Convegno che abbiamo costruito insieme alla commissione Cultura della Casa dell’Architettura e al Comitato Formazione dell’Ordine degli Architetti con il percorso Storia e critica diretto dall’architetto Emma Tagliacollo». Un evento che – ha sottolineato Aymonino – punta a nutrire l’anima umanistica che, insieme a quella tecnica, fa parte della formazione dell’architetto. All’evento di Roma seguirà, il 24 marzo, un secondo incontro a Venezia, come ha ricordato Simone Sfriso, architetto di Tamassociati e consigliere dell’Ordine degli Architetti di Venezia, partner nell’organizzazione dell’iniziativa.

La frugalità è sempre abbinata all’etica

Ma cos’è la frugalità? «Essere frugali non è essere poveri e nemmeno essere essenziali, ma a mio avviso è qualcosa di molto più profondo», spiega Emma Tagliacollo. Una caratteristica della frugalità è «il fare con poco, lavorare con poche risorse», ma questo – precisa l’architetto – «non vuol dire lavorare con pochi soldi, ma con quello che abbiamo davanti a noi, ad esempio con gli oggetti comuni, con ciò che fa parte della nostra comunità. Dunque, l’essere frugale, il fare con poco, è qualcosa di più profondo ancora dell’essere essenziale: significa avere una particolare attenzione all’altro e dunque fare parte gioiosamente di una comunità e realizzare un progetto collettivo mettendo assieme le abilità di ognuno».

«La frugalità può essere letta nell’architettura tradizionale e direi anche nelle abitazioni ad esempio rurali e anche in complessi di edifici tutelati dall’Unesco, considerati beni culturali. Penso al sistema dei trulli e ai Sassi di Matera, che ci parlano non solo di frugalità, ma ad essi si associa un’altra parola: l’etica. Concetto che fa parte di noi stessi, perché l’etica è contraria al consumo, allo spreco senza regole, all’iperproduzione», aggiunge Emma Tagliacollo. Dunque la frugalità va a braccetto con l’etica, ma può essere abbinata anche alla tecnologia, «ne sono la prova gli edifici pensati per il deserto da Paolo Soleri e anche la straordinaria fabbrica di ceramica Solimene» a Vietri sul Mare. E elementi di frugalità possono essere riconosciuti, a esempio – afferma Emma Tagliacollo – anche nell’opera di «Sverre Fehn e in particolare nel padiglione progettato per i Giardini della Biennale di Venezia».

La frugalità paradigma avverso allo straordinario

Punto di partenza del dibattito è il libro “Frugalità. L’architettura” di Valerio Paolo Mosco, docente di Progettazione architettonica e Teoria dell’architettura all’Università Iuav di Venezia. Lui stesso spiega che «la frugalità è un tema attuale, storicamente attuale, forse – dice – può essere definito il recupero della frugalità, può essere riferito alla grande crisi del 2007 che ci ha insegnato che le risorse sono finite. Questo cambiamento di paradigma, cui si unisce poi la sensibilità ecologica, è databile intorno al 2007. Negli anni Novanta-Duemila abbiamo vissuto una sorta di millenarismo al contrario: nell’anno mille sembrava che dovesse cadere il mondo, negli anni duemila, invece, finalmente eravamo i padroni del mondo e di qualunque mondo, eravamo in costante espansione. Tutto ciò è crollato perché non poteva durare all’infinito. E l’architettura ha somatizzato tutto ciò».

Quell’architettura che ha narrato il mondo dell’ipercapitalismo è tramontata. «In occidente, sicuramente in Europa – prosegue il professore – sentiamo che questo mondo è finito: è cambiato il paradigma, siamo entrati nel nuovo paradigma delle risorse limitate e l’architettura, come l’arte, si trova a confrontarsi con qualcosa di diverso. Perché l’architettura-design, riferiamoci al fenomeno dell’archistar, di fatto poneva una scissione totale tra etica ed estetica e non era interessata ad indicare un’etica, il suo compito era di fare forme in grado di rappresentare il mondo così com’era».

«Per molti personaggi clou di un periodo dell’architettura ormai archiviato – aggiunge ancora Mosco – il mondo non andava nemmeno emendato, neanche criticato, anzi, il compito, specialmente degli architetti (gli artisti sono stati più cauti), andava enfatizzato. Il nostro compito era fare in maniera che quello che c’era potesse essere enfatizzato in qualcosa di straordinario. E, lo straordinario è il paradigma avverso a quello della frugalità».

«L’altro cambiamento su cui mi piacerebbe ragionare insieme – continua il professore rivolgendosi alla platea e agli altri relatori – è che le nuove forme dell’architettura, quelle più convincenti al di là della loro qualità estetica, sono quelle che bene o male ci raccontano di un’alternativa al mondo così com’è e questa nuova condizione esistenziale dell’architettura è una condizione molto interessante. La frugalità è una forma oppositiva: il mondo è assertivo? Sarò fragile. Il mondo è a risorse infinite? Sarò a risorse limitate. Il mondo è agghindato? Sarò nudo. Testimoniamo cioè delle alternative che non corrispondono più solo a forme. Questo è il punto: corrispondono a forme di vita. Le nuove forme diventano interessanti in questa nuova condizione se incarnano o testimoniano forme di vita, altrimenti perdono il loro interesse. Quindi siamo in un paradigma completamente diverso rispetto a venti anni fa ed è incredibilmente diverso».

Ma la frugalità può avere diverse forme e può essere riconoscibile, anche in pittura, in arte, in religione. Ecco, allora, che il convegno indaga le diverse forme della frugalità.

Frugalità e necessità

Il pensiero frugale e quello architettonico sono messi in collegamento da Edoardo Fabbri, Università Federico II di Napoli. «Mi sembra – afferma Fabbri – che la frugalità si chieda cosa sia la necessità e di che cosa l’essere umano abbia bisogno. E a queste domande non viene data una risposta, ma continuano ad essere sviluppate. La frugalità è quella dimensione in cui il confine tra il necessario e il non necessario non è stato ancora deciso, non è chiaro, e quindi gode di un’ambiguità che emerge anche nelle architetture, negli spazi, negli oggetti che questa dimensione produce. Le situazioni frugali spesso ribaltano completamente la concezione che abbiamo di necessità, la sovvertono, ciò che apparentemente sembra irrinunciabile si ribalta nel suo contrario e viceversa. Quindi la frugalità non si schiaccia sul necessario o sul non necessario ma mette in tensione creativa le due dimensioni, andando così non solo a ridefinire il concetto di necessità, ma anche l’essere umano che abita lo spazio architettonico e lo spazio architettonico stesso».

La frugalità del punto di vista dell’arte, dell’architettura e dell’antropologia

Anna Cestelli Guidi, storica dell’arte e curatrice, racconta una parte delle vicende dell’arte legata alla frugalità e lo fa, in particolare a partire dall’esperienza di artiste, come Marisa Merz, Eva Esse, Ana Mendieta e Bruna Esposito, ricordando quanto l’arte sia stata sempre anticipatrice dei tempi. «Dal secondo Dopoguerra in poi – spiega – c’è questo periodo chiamato la grande rivoluzione nell’arte, il ritorno a quello di cui si parlava prima, cioè la ricerca di materiali altri, che fossero materiali poveri, materiali del quotidiano, naturali. Era una rivoluzione sia in termini di materia, ma anche di posizione dell’artista rispetto al ruolo dell’arte e dell’artista nella società. Infatti tutto questo accade verso la metà, la fine degli anni Sessanta quando la figura dell’artista si percepiva come antagonista alla società e soprattutto al famigerato triangolo del sistema dell’arte, cioè il museo, la galleria, il collezionista. C’era quindi questa ricerca di una maniera altra di fare arte sia in Europa che dall’altro lato dell’Atlantico. Si cercavano materiali che provenienti dal quotidiano». E, l’Arte povera ne è un esempio.

Damiano Di Mele, Università Sapienza di Roma, a partire da sette espressioni della frugalità: frugalità archetipica, sociale, allestita, sacralizzata, collettiva, rievocata e di sostegno, dà vita ad un excursus di architetture rientranti nel perimetro della frugalità. Scorrono le immagini di architetture di SmilJan Radic (laboratorio di scultura, casa A), Lacaton & Vassal (maison latapie), Leopold Banchini (atelier Hawkesbury), Peter Zumthor (Bruder Klaus Field Chapel), Gustavo Utrabo con altri giovani architetti (Children Village), Mariana de Delás (rifugio al lago) e Tamassociati (Eco-maison).

«Sono architetture unitarie perché riducono al minimo l’invenzione, sono tendenzialmente anonime, anzi riconducono il verbo inventare alla sua radice, invenio: trovare. Sono architetture che trovano: trovano i materiali del luogo, le tecniche del luogo e le mettono insieme, esprimendo una certa unitarietà stilistica, anche con dei rischi perché questa unitarietà nel tempo potrebbe diventare cliché, e questo sta già accadendo», afferma Mosco trovando un filo conduttore a partire dagli esempi illustrati da Di Mele.

L’architettura nomade, tra cui una sperimentazione per il campo Rom Casilino 900 è al centro delle riflessioni portate da Francesco Careri, Università degli studi di Roma Tre. La riflessione di Franco La Cecla, antropologo e architetto sfocia invece in un invito all’architettura di esprimere relazioni complesse: «Lévi-Strauss – spiega – ci ha insegnato, più di 60 anni fa, che ci sono delle società “à maisons”, cioè che le società si costituiscono attorno a qualcosa che non è definito come una casa costruita, ma è definito come un sistema di relazioni. E tutte le costruzioni sono sistemi di relazioni. Noi siamo in una condizione così impoverita che l’unica cosa che ci rimane è la possibilità di essenzializzare le forme, ma ci siamo dimenticati che l’essenzializzazione delle forme ha essenzializzato anche la vita di relazione. Oggi le architetture non esprimono mai forme di relazione complessa. Le persone continuano a costituirsi in legami, in aggregazioni, ma questa cosa non viene fuori nell’architettura occidentale».

Annalisa Metta, Università degli studi di Roma Tre, colloca il tema della frugalità all’interno della dimensione dell’architettura del paesaggio e lo fa attraverso progetti di Teresa Galì-Izard, Günther Vogt e Michel Corajoud. Le conclusioni sono affidate a Orazio Carpenzano, preside della Facoltà di Architettura dell’Università Sapienza di Roma. «La prima cosa che mi viene in mente facendo il confronto con il saggio di Valerio Paolo Mosco – spiega – è la perfetta razionalità ed economia dello spirito e della povertà che Pagano reclamava (il riferimento è al libro e alla mostra “Architettura italiana rurale” del 1937). Che è un elemento consustanziale all’idea di frugalità che non è da confondere con la povertà».

«L’architettura – prosegue – è da sempre il prodotto di una committenza non solo colta ma anche ricca. L’architettura nasce così, perché allora cercare l’architettura frugale? Forse perché frugale e povero non sono la stessa cosa. Direi che il tentativo di Valerio Paolo Mosco è forse quello di soprassedere ai poveri mezzi da impiegare per riferirsi ad un ambito che oltrepassa la dimensione materialistica per attingere a quella spirituale». «C’è anche l’idea di un nuovo accordo con la natura, ma dobbiamo anche capire di cosa si tratta. Inoltre, «cercare nell’architettura e negli insediamenti umani lo specchio della dignità, questa è un’altra questione che Mosco mette in evidenza: la dignità e il rispetto dei diritti universali sono espressi da questa idea di frugalità», chiosa Carpenzano.

di Mariagrazia Barletta

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