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04 Maggio 2021

5 punti (concreti) per rilanciare la professione dell’Architetto in Italia – di Luigi Prestinenza Puglisi

Basta guardare le serie televisive dove tra i protagonisti figura qualche architetto per accorgerci del disastro che in termini di immagine ha travolto la professione.

Sono rappresentati come personaggi di media tacca, sull’orlo dell’abisso economico, che si occupano di pratiche edilizie un tempo lasciate ai geometri. Per carità, non che tutto questo non sia vero. E non voglio neanche dire che ogni lavoro non abbia una sua dignità o lo si debba rifiutare. Ragiono solo sul fatto che nell’immaginario collettivo va scemando l’idea dell’architetto come intellettuale, come portatore di visioni urbane.

1– Siamo lontani, insomma, dal ruolo che ci avevano attribuito i grandi narratori e registi del Novecento. Quando l’architetto era un artista, un intellettuale, un creatore di sogni. Pensate, per esempio, al libro e poi al film The Fountainhead, La fonte meravigliosa, in cui il protagonista, l’architetto Howard Roak combatte gli speculatori per i suoi ideali.

Non che qualcosa di tutto questo non sia restato. Pensate per esempio al ruolo sull’immaginario collettivo che ancora esercitano talune superstar, come per esempio Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Michele De Lucchi o Stefano Boeri. Ma non più in quanto rappresentanti di una categoria, ormai persa dietro mille piccoli affari che poco hanno a che vedere con il loro ruolo all’interno della società. Avete mai sentito Renzo Piano rivendicare la sua appartenenza all’Ordine degli Architetti? Lo avete mai visto portare avanti una battaglia per l’architettura che coinvolgesse in prima persona i suoi colleghi? Direi mai. Anzi, l’unica rivendicazione da lui fatta, quella per l’architetto condotto, sembra voler incasellare in un voluto understatement un ruolo che certo non può essere limitato a questo compito. Da parte loro, gli Ordini hanno fatto ben poco per contrastare questa debacle di immagine. Anzi, da tempo, si sono sottratti al compito di contribuire con idee e proposte forti allo sviluppo urbano. Non hanno insomma incalzato la politica come avrebbero dovuto. Facendo un passo indietro rispetto al ruolo che comunque avevano negli anni Ottanta, quando non c’era un partito politico – il Partito Socialista, il Partito Comunista e la stessa Democrazia Cristiana – che non avesse tra i suoi punti di riferimento gli architetti.

2– Il secondo male che a mio avviso ci affligge, è la scarsa considerazione che si ha di noi dal punto di vista tecnico. E, d’altra parte, simmetrica e opposta, la ricerca spasmodica di alcuni nell’apparire qualificati in qualche specifica disciplina. Come se sapere tutto sull’isolamento termico di un edificio basti a fare un buon architetto. Dimenticando che il ruolo che faticosamente ci eravamo ritagliati non era quello del solista ma del direttore di orchestra. Di un professionista cioè che conosce tutti gli strumenti ma non è necessariamente versato in ciascuno di essi. Che sa porre le giuste domande agli specialisti perché ha un compito diverso: di coordinamento e di sintesi. Se l’architetto evita di puntare a questo ruolo, credo proprio che la sua figura verrà sostituita da altre che nel campo della specializzazione tecnica hanno più carte da giocare.

The Fountainhead, Ayn Rand, 1949

3– Il terzo male è l’incapacità di fare lobby, intendendo questo termine nella sua accezione più alta. Gli architetti sono oltre 150.000, considerando le loro famiglie potrebbero muovere oltre 500.000 voti, sarebbero in grado cioè di direzionare l’asse politico del Paese. Li vediamo, invece, battibeccare, isolati e senza peso. Basta confrontare la nostra lobby con quella degli ingegneri o dei tassisti per capire il disastro di una professione che ha puntato sull’individualismo invece che sullo spirito di gruppo. Confondendo la sacrosanta indipendenza della creazione artistica con l’isolamento rispetto al mondo della politica.

4– E qui arriviamo al quarto punto. Il fatto che gli architetti sono spesso i peggiori nemici di sé stessi. Non c’è concorso di architettura i cui risultati siano accettati senza interminabili polemiche (polemiche, a dire il vero, spesso dovute al modo, per usare un eufemismo, maldestro con cui vengono scritti, gestiti e aggiudicati) e non c’è un edificio, realizzato in un contesto delicato, che non sia oggetto di feroci critiche. Gli architetti sembra che abbiano dimenticato la deontologia professionale e, comunque, che non sappiano fare propria la considerazione che anche le città del passato si sono costruite mettendo insieme edifici tra loro molto diversi. Insomma: non avremmo le belle città che oggi abbiamo se nel passato ci si fosse comportati con la ferocia polemica dell’oggi. Posso detestare chi ha una concezione dell’architettura opposta alla mia ma non posso non essere felice che realizzi opere che rappresentino la sua visone. Occorre dirlo chiaro e una volta per tutte: questo gioco al massacro, alla fine massacrerà solo noi stessi. E farà il gioco degli Sgarbi, dei Settis, dei Montanari.

5– E veniamo al quinto punto. Abbiamo detto che gli architetti devono puntare ad essere dei direttori di orchestra più che dei solisti. Ciò vuol dire che non necessariamente debbano avere studi professionali giganteschi. Ma rimane il fatto che i clienti preferiscono acquistare il pacchetto e non i singoli ingredienti separati. Gli studi piccoli sono, insomma, destinati a morire, o a diventare uffici tecnici in grado, al massimo, di spicciare pratiche edilizie di poco conto. Gli Ordini professionali dovrebbero favorire raggruppamenti e accorpamenti diventando facilitatori di questo processo. Un bel ruolo, io penso, rispetto al quale si devono, a volte anche culturalmente, attrezzare.

Luigi Prestinenza Puglisi

Architetto, Critico dell’Architettura

Presidente AIAC – Associazione Italiana di Architettura e Critica

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