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03 Maggio 2021

Ciro Cicconcelli: la concretezza nell’utopia – di Marco Celli Stein e Antonio Schiavo

Nei caldi pomeriggi dell’estate del 1942 era possibile incontrare un ancora studente Ciro Cicconcelli (1920-2010) in piazza del Popolo, solito darsi appuntamento con Maurizio Sacripanti – laureatosi l’anno prima – per scambiare dispense varie, libri e soprattutto pubblicazioni su Le Corbusier, quasi come se fossero dei volantini sovversivi di propaganda antifascista. La passione per l’architettura del Movimento Moderno era tale da far correre il rischio, non solo a loro, ma a tutta la generazione della guerra, formatasi a cavallo del conflitto.

La passione non si assopì nonostante la chiamata alle armi nel 1943 e la successiva prigionia in Polonia; periodo tremendamente duro, reso forse meno aspro dalle forti speranze verso un nuovo mondo che di lì a poco si materializzò. Nella nuova era dell’Italia repubblicana con la stessa determinazione e amore per questa disciplina che egli ha sempre ritenuto essere sospesa tra arte e tecnica, estetica e funzionalità, arrivano il conseguimento della laurea e i primi incarichi professionali. È con lo stesso Sacripanti che Cicconcelli firma il progetto per il quartiere sperimentale QT8 a Milano (1947-48): delle case a schiera, peraltro pubblicate nel manuale di Diotallevi e Marescotti, in cui già si può leggere un certo rigore funzionale non però privo di una sottile, seppur determinante, matrice estetica. La collaborazione proseguirà con un progetto per il Centro direzionale di Milano e per il Palazzo di giustizia di Beirut.

C. Cicconcelli, M. Sacripanti, Case a schiera al QT8, Milano 1947-48.
C. Cicconcelli, M. Sacripanti, Case a schiera al QT8, Milano 1947-48.

Gli anni ’50, in cui si intensifica la ricostruzione e ci si proietta verso il boom economico, vedono Cicconcelli impegnato all’interno del Ministero della Pubblica Istruzione nel Centro Studi per l’edilizia scolastica, del quale diverrà direttore nel 1958. La sempre crescente passione per il Movimento Moderno e lo strenuo rifiuto di un accademismo rimasto ormai inesorabilmente indietro rispetto ai suoi interessi e alle sue ricerche, lo portano sotto l’area di influenza di Pasquale Carbonara per il quale curerà la parte sugli edifici per l’istruzione e la cultura nel grande manuale di Architettura Pratica.

C. Cicconcelli, L. Pellegrin, Scuola di avviamento industriale – Sassari, 1956

Gli echi internazionali risuonano costantemente nella ricerca di Cicconcelli, sempre attento ad aspetti densi di innovazione e sperimentazione. Sono in particolare quelli da Darmnstadt a riverberare più veementemente, città che nel 1951 ospitò il convegno Mensch und Raum (L’uomo e lo Spazio). L’intervento di Martin Heidegger dal titolo Bauen, Wohnen, Denken(costruire, abitare, pensare) e un progetto rivoluzionario per una scuola presentato da Hans Scharoun – contraddistinto da una composizione planimetrica dai caratteri nettamente riformatori – detteranno le regole delle sue future esperienze progettuali.

Uno dei primi esempi della sua nuova poetica compositiva è rappresentato dal liceo di Urbino. L’opera, firmata con Alberto Carpiceci e Luigi Pellegrin, riflette apertamente sia i nuovi canoni internazionali in termini di edilizia scolastica, sia una sua sensibile deviazione verso un linguaggio di derivazione più wrightiana, mutuata dalle molteplici ricerche che proprio Pellegrin stava svolgendo in quel periodo sulla Scuola di Chicago.

Il sodalizio sia professionale che umano con Pellegrin, porterà ad una serie fortunatissima di opere e progetti che rappresentano forse la sintesi ideale delle loro due diverse, seppur complementari, idee di architettura. Le tre prove per l’Ina Casa, realizzate a cavallo del 1960, testimoniano una già matura abilità progettuale, in cui la rispondenza a canoni freddamente razionali e tipologici, si tramuta – anzi si evolve – in una pura prova di sensibilità estetica, in cui gli sfondi culturali progrediscono in una nuova modernità inedita, un humus fertile per le loro prove successive. L’eccessiva anonimia della scatola muraria, o della fredda maglia meramente ortogonale, viene esplosa con uno spirito creativo nuovo, fatto di cuspidi, di superfici aggettanti, di rotazioni, di raccordi, di angoli anche volutamente non retti, modellando così un’architettura che, pur non rinunciando ad una più asciutta funzionalità, non compromette mai l’organicismo e l’aspetto identitario del risultato finale.

La progressione della modellazione formale che si vede dal quartiere di Ascoli Piceno (1957) a quello di Galatina (1958) si smorza lievemente in quello di Gaeta (1962) per poi impennare bruscamente 7 anni dopo nel progetto di concorso per l’università autonoma di Barcellona, vera summa e canto del cigno della sua carriera da progettista. Qui la sua ricerca sfocia inevitabilmente nel tema della grande dimensione, nel disegno a scala territoriale, nell’utopia concreta di un’idea di città sognata.

C. Cicconcelli con F. Antonelli, A. Cecchini, L. Pellegrin, M. Roggero,
Complesso residenziale a Galatina (Lecce) per l’INA-CASA
C. Cicconcelli con F. Antonelli, A. Cecchini, L. Pellegrin, M. Roggero,
Complesso residenziale a Galatina (Lecce) per l’INA-CASA

La parallela carriera accademica, infatti, lo interessa e lo impegna sempre maggiormente. Nel 1965 ottiene con Sacripanti la cattedra di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti. La differenza di vedute tra i due professionisti ormai nettamente affermati fa sfumare il tutto dopo qualche anno, ma questo non impedisce a Cicconcelli di ottenere un’altra cattedra in Architettura Sociale e finalmente la presidenza della Facoltà nel 1976.

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Utilizzando una metafora calcistica, Ciro Cicconcelli potrebbe essere classificabile come centrocampista eclettico. Potremmo descriverlo nel suo intento di aiutare la difesa, con il suo modo di essere concreto rendendosi paladino delle esigenze della fruibilità e quindi di una architettura concreta. Quindi nulla di inadeguatamente estetizzante che allontani dal rendere sicuro il risultato positivo finale. L’avversario attacca e nella difesa non c’è spazio per i sogni. Si batte quindi per una architettura reale ed eticamente soppesata e sistematicamente contraria a quella da lui sempre esecrata autoreferenzialità del manufatto inteso come autocompiacimento estetico – narcisistico o peggio per soddisfare tornaconti speculativi e pubblicitari.

Quindi un’architettura al servizio della squadra. Difendere la concretezza e tenere a bada quell’egoismo fatto di ambizione che egli rintuzzava spesso quando vedeva che un allievo, un collega più giovane, scalpitava per accelerare il proprio iter egoistico a scapito della ragione collettiva e sociale dell’architettura.

Era fortemente attento a salvaguardare i comportamenti in nome dell’amore primario della materia. Un centrocampista che non bada a barocchismi da occhio di bue. Un giocatore che osserva le distanze giuste da mantenere. Entrare decisi se necessario.
Gli avversari erano gli speculatori, gli arrivisti, i carrieristi, coloro che usavano la materia per scopi personalistici. Era la difesa del territorio nel suo intelligente modo di raddoppiare la marcatura aggiungendosi umilmente per rafforzare la causa.

Era poi un centrocampista del tipo che tesse la ragnatela: attraverso il dialogo come una sorta di palleggio di squadra atto al mantenimento dell’attrezzo. Dipartimenti, didattica, brainstorming, confronto, assoluta apertura e disposizione verso l’altro. Un gioco di proposte ed attesa di risposte. Un fitto tratteggio comune da tessere instancabilmente. Le grandi collaborazioni e le firme di tanti progetti “insieme”, costituiscono dialogo tra giocatori che, attraverso una ricchezza di schemi scaturiti da un assiduo addestramento, attuano una mentalità di gioco con una estetica ragionata e resa comune attraverso l’allenamento quotidiano.

Un centrocampo poi concepito su modelli da interpretare, su passioni verso esempi concreti e fantasiosi che escludano il grigio pensiero di una semplice sopravvivenza ed aggiustamento delle cronache comuni calamitate da un gioco al risparmio. Una tattica all’olandese (schemi che hanno rivoluzionato il calcio che viene da quel momento in poi denominato “moderno” dopo la svolta dei tulipani) se si richiama alle grandi esperienze del vivo della materia: dalle scuole di avviamento professionale dove si impara il concreto assoluto, ai dettami avveniristici (Bauhaus, Gropius), per venerare i grandi architetti e trovare una via concreta di attuazione dei modelli. Pensiamo soltanto alla eliminazione dei grandi corridoi dalla scuola materna in poi. Entusiasmo nella emulazione con lo sviluppo delle grandi novità internazionali, piegata però alla realtà del territorio. Che fossero i campi di gioco delle scuole, oppure di una villa privata, di uffici postali oppure di una serie di abitazioni, era interprete di un centrocampo funzionale ma con i voli dell’ispirazione suscitata da quei modelli stessi.

Un centrocampista d’attacco invece quando l’avveniristico progetto per Barcellona, nel suo ergersi verso l’alto, gonfia la rete con un goal sublime. Peccato essere stato soltanto secondo e mai realizzato.

E come sappiamo, non sempre il bel gioco viene premiato!

C. Cicconcelli, L. Pellegrin, Scuola di avviamento industriale – Sassari, 1956

Sono, riassumendo, tre fasi del centrocampista perfetto, quella di contenimento e difesa (rigore architettonico e grammaticale assoluti), la narrazione del gioco (dialogo di proposte e risposte) la finalizzazione vincente (bellezza estetica fatta salva la funzionalità) e che determinano, a trecentosessanta gradi, la presenza razionale ed allo stesso tempo creativa sul terreno di gioco di Ciro Cicconcelli.

E poi battaglie e battaglie, alle volte su pantani fangosi, altre su manti erbosi di una giornata di sole. Alle volte il gran lavoro dei parastinchi a parare colpi, altre nel poter usare il colpo di tacco. Durante il ventennio, incamerare i preziosi insegnamenti di tutta quella epoca con il razionalismo e futurismo, ma anche subire cupe situazioni di conflittualità per la gretta ridondanza ideologica di certo fascismo. Sopportare la dura prigionia in Germania ma vivere le prime esperienze di lavoro (forzatamente già architetto nei campi di detenzione nazisti) e sopravvivere alla catastrofe della guerra e della prigionia.

L’unirsi in matrimonio con una pianista tedesca e camminare sulle rovine di una Berlino completamente distrutta.

Vivere fervidamente gli anni della Edilizia Scolastica (usiamo il maiuscolo) e sopportare le grandi speculazioni edilizie e i devastamenti di intere zone romane.

Prendere in mano la Presidenza di Facoltà a Roma per salvarla e non per tornaconti di carriera ma per fronteggiare il disordine politico e i grandi rigurgiti ideologici post-sessantottini. Si pone come un prezioso ragionatore del centrocampo, concentrato sul prezioso mantenimento del pallone e sulla continua riorganizzazione del gioco.

Pur ragionando, forte di una cattedra (Architettura sociale) la cui stessa denominazione sottintende l’importanza del gioco collettivo, con un grande occhio verso un progressismo privo di vuote ideologie ma genuino e passionale, deve aumentare l’uso del parastinchi contro l’anarchia tattica delle nuove leve contestatrici ed al contempo mantenere accese le istanze di una architettura positiva e portatrice di germe fresco per nuovi raccolti. Purtroppo, dopo diversi decenni di alterne vicende politiche ed imprenditoriali, le giocate su questo versante si esauriranno lentamente ed i colpi di tacco saranno esibiti ormai solo in allenamento a porte chiuse. Si! Nei suoi sogni, con il grandissimo rammarico di non aver potuto realizzarlo, c’era il convegno Musica e Architettura. Ma era come tirare un calcio di punizione da 50 metri con 11 giocatori avversari schierati davanti alla porta. Non lo fece. Questo tema lo affascinò sopra ogni altro. La scuola con le sue primarie necessità insindacabili e la musica erano sullo stesso piano. Nessun bluff e nessun aggiustamento possibile. Alcuna invenzione stravagante. La musica ha sempre risposto creativamente in relazione ai luoghi e agli scenari a cui essa era destinata. Le sollecitazioni sociali ed i luoghi deputati alla musica classica hanno creato sempre un binomio funzionale. Lo stesso intendimento lo impiegò nell’edilizia scolastica dove le esigenze degli studenti lo portarono ad essere sollecitato sempre ad intraprendere azioni risolutive per la miglior vivibilità degli ambienti didattici. Sul fronte della musica classica, per usare un’altra metafora, non è stato evidentemente in sintonia con l’idea confusa della fusione di generi fintamente polivalenti, e non avrebbe mai accettato che quel tipo di musica potesse essere intesa come ambientazione comune ad altri generi, completamente diversi e con un senso della spazialità assolutamente non omologabile a differenti esigenze.

È qui inizia il lento distacco dalla sua società. Il centrocampista non ha più riferimenti in campo. I movimenti sincronici non si realizzano. Il gioco si fa utopia. La realizzazione diviene sogno.

Negli ultimi anni, forse in una manchevole assenza di una proprietà o di un ipotetico Presidente di un club ormai inesistente, in una decadenza dei tempi, in una deregulation generale se non in un blocco del campionato (l’edilizia si ferma), questo centrocampista butta la palla in curva in uno scenario che vedrà di lì a poco la sua amata città, Roma, rimanere senza più un campo su cui valesse la pena di giocare e far prolungare la sua attività.

Inutile descrivere le partite degli ultimi anni, ma dal campo alla panchina, dall’andare in tribuna alle non convocazioni e al ritiro, Ciro Cicconcelli ha lasciato che quella parte finale della sua carriera di centrocampista non intaccasse quanto fatto nei decenni precedenti. Egli dichiarava, in lunghe passeggiate guardando alcune opere contemporanee, che queste partite lui non le avrebbe mai e poi mai giocate in quella maniera. Uscendo illeso dal fuoco nemico e soprattutto da quello amico (!), con alcune zampate polemiche degne di quella proverbiale passionalità ragionata e con cui sempre si distinse, Cicconcelli lascia un prezioso patrimonio di esperienze che, racchiuso in mezzo secolo di grandi giocate, offre alle future generazioni una occasione per una diversa lettura delle vicende architettoniche dell’ultimo secolo del secondo millennio, come se si avesse la sensazione che una partita la si può giocare in mille modi ed ecletticamente.


Marco Celli Stein (al secolo Marco Cicconcelli)

Musicista, Direttore d’Orchestra

Antonio Schiavo

Dottorando di ricerca, Dipartimento di storia e disegno e restauro dell’architettura,

Sapienza Università di Roma

Membro del Consiglio di Amministrazione di Architetti Roma edizioni


Le immagini sono tratte da AR 101/12 Bimestrale dell’Ordine degli Architetti p.p.c. di Roma e provincia

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