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07 Agosto 2021

Dire noi e non io: una svolta radicale – di Christian Rocchi, Presidente OAR

[ Editoriale ] – Un periodo lungo di straordinaria difficoltà ha accompagnato e accompagna il lavoro degli architetti: oltre un ventennio di politiche sbagliate che hanno fortemente leso gli interessi sociali e sono state realizzate sulla pelle delle professioni di interesse pubblico.

Vent’anni di tagli orizzontali al bilancio dello Stato, di spending review, di liberalizzazioni. L’evidenza oggi è sotto gli occhi di tutti attraverso lo stato dei servizi sanitari: 20 miliardi tagliati in poco meno di 10 anni.

Per non parlare dell’effetto del blocco delle assunzioni, imposta alle amministrazioni pubbliche in questi ultimi anni. Ha provocato un disastro. Oggi molti uffici comunali sono al collasso per mancanza di personale.

Quante lettere abbiamo scritto alle amministrazioni cercando di far arrivare il grido d’allarme che dagli stessi uffici tecnici saliva alto. Innumerevoli. A seguito di due lettere scritte al Sindaco di Roma sono stati assunti 150 architetti ed è stato indetto un nuovo concorso per tecnici.

Tutte le riforme operate negli ultimi vent’anni, sulle professioni intellettuali, sono state votate alla famosa e dannosa funzione di “liberalizzazionedei mercati. E da qui la necessità del legislatore di privare, maldestramente, le professioni intellettuali del proprio valore in termini di tutela dell’interesse generale.

L’inquinamento dell’ambiente, il cambiamento climatico, l’innalzamento dei livelli dei mari, la morte di tante persone e quando non si muore si combatte con un contesto che non riconosciamo più umano. Diventa un reato anche salvare persone dal mare. Persone che scappano da fame, da guerre. Scappano per sopravvivere. Questa la nostra “civiltà di oggi”.

È questo contesto assurdo e incomprensibile che il neuropsichiatra Vittorino Andreoli non esita ad indicare come la causa principale dei disturbi mentali di tanti suoi pazienti; non stupisce la trasformazione operata sui professionisti da una anti-cultura umana: da operatori dediti all’interesse generale ad imprese dedite al profitto. La negazione stessa della tutela sociale, da noi architetti espressa.

Qualcuno mi ha fatto notare pochi giorni fa che parlare dei massimi sistemi non ti fa mangiare, ma sono proprio questi massimi sistemi che ci hanno portato in uno stato di disperazione. È il disinteresse per ciò che ci circonda ad aver permesso che il nostro mondo cambiasse così radicalmente. È la teoria dei liberi mercati che ha rivoluzionato in modo negativo non solo il nostro mondo, ma l’educazione di una intera nazione. Quindi è obbligatorio parlare di Sistema Paese se vogliamo far capire che l’interesse generale fa cortocircuito con la trasformazione in imprese delle professioni.

Siamo portatori di interessi pubblici! Non siamo imprese a responsabilità limitata. Possiamo darci una struttura d’impresa, ma rimaniamo comunque garanti di percorsi di interesse pubblico. E noi, come altre professioni di garanzia sociale, non possiamo che operare in questo solco. Non c’è più molto tempo per capirlo. Lo Stato deve cambiare rotta.

Dalla qualità dei nostri servizi dipende la vita delle persone: e questo non può essere oggetto di mercato!

Tutta l’attività del nostro ente pubblico è stata tesa a trasferire questa consapevolezza. Anche allargando le azioni al di là della nostra sfera di competenze, facendoci portatori di civiltà, come detto in occasione del primo nostro evento sulla legalità del 23 maggio 2018. Questo è anche il senso della nostra proposta di Legge di reinserimento dei minimi tariffari.

La qualità dei nostri servizi deve poter prescindere dalla burocrazia! Quella che ti fa girare a vuoto giorni, mesi, anni e anni ancora, alcune volte.

La qualità dell’architettura – e la capacità degli architetti di produrre architettura – deve essere svincolata, una volta per tutte, dai lacciuoli burocratici.

Quante battaglie abbiamo affrontato su questo tema! L’ultima, quella sull’art.10 dell’ormai Legge 120/2020, conosciuta come Legge Semplificazioni. E quanto costa rimanere calmi quando poi ci si sente dire, soprattutto in un momento come questo: “Abbiamo sottovalutato l’effetto dell’articolo”. Un articolo che ha bloccato gli investimenti sulle città! Ha procurato un danno enorme. Ha sottratto lavoro ad un intero comparto.

Le professioni sono fatte di donne ed uomini, fatti di carne ed ossa, uomini e donne che hanno famiglia e che vivono in trincea subendo l’effetto delle tante norme e leggi spesso irragionevoli, spesso sbagliate. Colleghe e colleghi che devono combattere non solo con l’inefficienza procurata da “sbagli” del legislatore, ma che si trovano spesso a dover fare i conti con le risposte di amministrazioni che producono attese estenuanti, o che non arrivano affatto. In un momento duro come questo, fatto di pochi incarichi, l’inerzia delle amministrazioni diventa cosa insopportabile: soprattutto quando ci si deve fare i conti in tasca. Questi i cortocircuiti a cui si riferiva il neuropsichiatra.

Si deve cambiare. Ora, non domani.

È oggi che stiamo vivendo un periodo di forti cambiamenti del nostro sistema economico. Tali cambiamenti, dovuti anche al Covid che ha colpito duramente il mondo intero, stanno incidendo profondamente sul tessuto economico e sulla stessa struttura delle nostre città.

Un cambiamento talmente profondo da mutare in modo strutturale lo stesso sistema antropico delle nostre abitudini di vita e del nostro ambiente.

Se da una parte l’ambiente in genere ha risentito in modo positivo del blocco delle attività antropiche – qualità dell’aria, emissioni di CO2, inquinamento delle acque – dall’altra il sistema economico ante-Covid è entrato in crisi profonda.

La crisi è generata sicuramente da azioni che saranno del tutto temporanee, come l’assenza di gran parte dei turisti dalle città d’arte ed il conseguente blocco consistente delle attività turistico ricettive e del loro indotto; ma è generata anche da azioni che si pensa saranno invece strutturali. Il sistema dello smart working ha prodotto per le imprese, grandi ed inaspettati benefici economici e di produttività. Si pensa quindi che tale metamorfosi, da esigenza temporanea d’urgenza si trasformerà in permanente. Le città quindi, sotto l’azione duplice di tali eventi, si stanno trasformando in modo rapido: alberghi, affittacamere, case vacanze, uffici, sistema sanitario nazionale e lo stesso residenziale sono alla ricerca di un nuovo equilibrio.

Un equilibrio che non può prescindere dal funzionamento delle amministrazioni pubbliche, dalla loro capacità e velocità di ridisegnarsi, dalla loro empatia con il settore privato, che deve esser visto come l’altro lato di uno stesso mondo. Ma che non deve prescindere neanche dalla capacità di interpretazione del momento contingente, come questo, dove ci si gioca ogni cosa. Dobbiamo avere il coraggio di cambiare.

Un equilibrio che deve essere trovato velocemente. Le norme si devono adeguare alla sfida contemporanea. Subito. Non devono sclerotizzare i sistemi attraverso i quali si investe sulla crescita delle città. Al contrario, devono essere elastiche per agevolare ed incentivare il lavoro ed insieme saper tutelare il nostro dna culturale.

Il nostro Ordine si è reso più volte disponibile nei confronti di diverse amministrazioni, perché i problemi di personale, che interessano molti comuni, potessero essere risolti attraverso la sussidiarietà. Ci siamo resi disponibili quando siamo stati convocati dal sottosegretario del Ministero di Giustizia, che ci ha chiesto di dare una mano sui collaudi delle opere pubbliche praticamente fermi da diversi anni: abbiamo preparato una proposta di decreto legislativo sulla delega avuta dal Governo con Legge 81/2017. Abbiamo proposto delle commissioni che rendessero meno gravoso, e quindi più celere, il lavoro degli uffici tecnici. Ci siamo resi disponibili anche a dare una mano sulle lavorazioni delle pratiche di condono.

Abbiamo cercato una sponda nelle altre professioni che come noi esprimono garanzia sociale, ma anche con gli operatori economici: fondi di investimento e società di gestione del risparmio, le imprese, le stesse amministrazioni pubbliche, coscienti del fatto che se non si opera insieme probabilmente la barca affonderà per tutti.

Oggi non è più il tempo delle lotte di parte, di lotte sindacali. Se qualcosa ci ha insegnato questa pandemia è che da questo periodo di crisi nera ci si può salvare solo se si accetterà di lavorare congiuntamente. Pubblico e privato insieme. Non c’è altra alternativa, perché se il privato morirà, morirà con lui anche il pubblico.

Essere in grado di immaginare un cambiamento sarà di fondamentale importanza.  Il cambiamento che ci aspettiamo non è un cambiamento casuale di norme, magari dovuto ad una accozzaglia di interessi diversi, come avviene oggi, troppo spesso, nelle Leggi dello Stato, ma deve essere un cambiamento culturale in grado di rivoluzionare tutti i settori del nostro Paese, compreso il nostro, con un unico fine: il bene comune e non di pochi.

Un cambiamento radicale della nostra cultura che ridisegni un organismo sociale ed economico dove il progresso sia un progresso vero, per ogni settore del Paese. Fare bilancio a spese dell’ambiente e della stessa vita umana è controproducente e porterà l’essere umano ad autodistruggersi.

Dobbiamo imparare ad avere obiettivi comuni, dobbiamo imparare a dire noi invece che io: è questa la novità principale che ha portato la nostra consiliatura. Pensare come un unico organismo. Su questo abbiamo puntato e punteremo ogni singola energia delle attività del nostro Ordine.

Acquario Romano – Sede dell’ Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma e provincia

Christian Rocchi

Presidente dell’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia

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