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10 Gennaio 2023

Il doloroso segno – Recensione della mostra “Capogrossi. Dietro le quinte” | di Flavia Brustolin

Il 20 settembre scorso, a diversi anni di distanza dall’ultima grande mostra realizzata, l’artista Giuseppe Capogrossi è “tornato a casa”. In occasione dei cinquant’anni dalla scomparsa dell’artista, La Galleria Nazionale ha dedicato ad uno dei padri dell’informale italiano l’interessante mostra Capogrossi. Dietro le quinte – a cura di Francesca Romana Morelli.

Giuseppe Capogrossi

Dalla nutrita selezione di opere in mostra – oltre trenta dipinti e varie opere su carta, provenienti dai depositi del museo, da collezioni private e dalla stessa Fondazione Archivio Capogrossi – è emersa la scelta di un allestimento tanto apparentemente semplice, quanto complesso. Non è casuale infatti che i curatori abbiano scelto di collocare lo spettatore davanti ad un “circuito”, composto di opere provenienti dalla giovinezza e dagli anni maturi dell’artista.
Il costante dialogo, accompagna l’osservazione diretta delle opere in un percorso, artistico e personale di Capogrossi, non privo di ostacoli.
Grazie alla cospicua presenza di materiale documentario e fotografie originali, provenienti dai fondi storici e dalla Biblioteca della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, diviene possibile ricomporre un puzzle fatto di colore, di forma e di spazio che ben evidenzia l’intera carriera di questo poliedrico artista.
Se i dipinti degli esordi sembrano essere così distanti dal segno maturo, ci rivelano, contrariamente, una lunga riflessione sull’idea della spazialità concepita nei primi anni di attività. Superfici, figlie di un Primordialismo plastico caro anche al pittore Emanuele Cavalli, protagonista della Scuola Romana, molto amico di Capogrossi. Un lungo sodalizio professionale – non fu l’unico – , in cui la figura dell’artista raddoppia, quasi a volersi duplicare, concretizzandosi, poi, nell’Autoritratto con Emanuele Cavalli (1927 ca.), realizzato dallo stesso Capogrossi.

Si rimane poi affascinati dall’emblematico Vestibolo (Donna bendata, lo spogliatoio degli uomini, 1932), dove un giovane nudo femminile a volto coperto, attraversa la stanza. Il simbolo di un trapasso, di un graduale abbandono della forma in favore del segno, per il quale Giuseppe Capogrossi affermerà:

…Allora, la pittura – e lo dice Leonardo – è affare d’intelletto. Nel mio lavoro, di questi ultimi vent’anni, contro le derisioni e gli attacchi di molti, mi hanno sorretto, credo, queste considerazioni:

– Anche lavorando in questo nuovo modo, continuavo a rispettare la regola delle arti visive basata da sempre su: linea, forma, colore.

– come nei vent’anni precedenti al mio passaggio dal figurativo all’astratto, il mio lavoro continuava a procedere nella norma seguita dai tempi più antichi […]”

Giuseppe Capogrossi: Il vestibolo (Donna bendata, lo spogliatoio degli uomini), 1932, olio su tela – Collezione privata

Una maturazione complessa, dunque quella del passaggio dalla forma, mai rinnegata, al segno che lo consacrò internazionalmente. In quegli anni, furono di grande ispirazione, lo scambio intellettuale e di amicizia con l’Architetto Luigi Moretti – la cui elevata perspicacia, condusse Capogrossi a nuove ed importanti scoperte, sfociate in numerose collaborazioni con la Galleria Spazio (di cui lo stesso Moretti fu ideatore e curatore). Ne è testimonianza lampante la Superficie 106, l’ovale realizzato da Capogrossi nel 1954 per l’architetto stesso. O ancora l’imponente marouflage verticale, Superficie 419 (1950 circa), realizzato per gli architetti Vincenzo ed Edoardo Monaco, di cui Capogrossi fu parimenti amico.

Luigi Moretti, Architetto
Capogrossi. Dietro le quinte – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea, Roma

“Ho subito e subisco spesso anche ora che non sono più giovane, molte umiliazioni (ma sono sempre preferibili alle sterili lodi): quella che mi intristisce di più è la banale domanda – spesso fatta in buona fede – fatta con tono di compatimento: “ma seguiti sempre a lavorare con la solita forchetta?” e la chiamavano anche “pettine”, “tridente”, “mano”, “scarafaggio”…”

Il “pettine”, la “forchetta”… Parole dure, queste, messe dall’artista nero su bianco, in occasione dell’importante mostra internazionale Recent Italian Painting and Sculpture del 1968 a New York.
Nonostante ciò, Giuseppe Capogrossi, è riuscito nel suo massimo desiderio: aiutare gli uomini a vedere quello che i loro occhi non percepiscono: la prospettiva dello spazio nel quale nascono le loro opinioni e azioni.

Capogrossi. Dietro le quinte

A cura di Francesca Romana Morelli
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea, Roma
20 Settembre 2022 – 6 Novembre 2022

di Flavia Brustolin
Storica dell’arte

Visual Editing : Giuseppe Felici
Redazione AR Web

Nell’immagine di copertina: Giuseppe Capogrossi: Superficie 600, 1960, olio su tela – Galleria Nazionale

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