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04 Maggio 2021

Giorno della Memoria – di Federica Andreoni / Redazione AR Web

Non solo commemorazione, ma un passo per la presa di coscienza di un passato complesso. Questo è lo spirito che ha guidato la “Giornata della Memoria”, organizzata dall’OAR in collaborazione con gli Ordini degli Architetti di Lazio e Umbria il 27 gennaio del 2020.

Durante la giornata è stata annullata, con una cerimonia simbolica, la cancellazione dall’Ordine degli Architetti di Roma dei quattro professionisti di cultura e religione ebraica. Nel 1938, infatti le Leggi Razziali, tra le innumerevoli ingiustizie, negarono il diritto di esercitare la professione agli architetti ebrei, obbligandone l’espulsione dagli Albi in cui erano iscritti. Tra i molti che in tutto il paese subirono tale oppressione, a Roma furono colpiti Angelo Di Castro, Romeo Di Castro, Umberto Di Segni e Davide Pacanowski.

Durante la giornata ritorna più volte la consapevolezza dell’importanza attiva del dovere della memoria, come instancabile ricerca delle ragioni profonde (e meno distanti di quanto ci piacerebbe) che portarono alla Shoah, per far sí che non si ripeta mai più.

Il passato, dunque, come punto di partenza per immaginare una comunità più evoluta e in grado di difendersi da situazioni simili a quelle vissute nella prima metà dello scorso secolo.

Tra i molti invitati e partecipanti alla discussione, Simona Pergreffi – architetta e Senatrice della Repubblica – tra ia passaggi del suo intervento pone l’accento ai pericoli dell’oggi, in cui l’antisemitismo esiste ancora. Un pericolo concreto (una indagine dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC testimonia che 11% degli italiani risponderebbe con giudizi negativi a domande sugli Ebrei) che, nonostante si esprima con forme diverse rispetto a quelle del passato, non dovrebbe allarmare meno. Due sono i percorsi che permettono di affrontare e combattere l’antisemitismo, ribadisce la Senatrice Pergreffi: da un lato la definizione, da parte della politica, di leggi contrastanti; dall’altro l’educazione e l’istruzione, percorribili da tutta la società. In quest’ultima direzione si inserisce la giornata organizzata dall’OAR.

L’intervento di Fabio Rampelli, architetto e attuale Vicepresidente della Camera dei deputati, porta a conoscenza un dettaglio amaro della vicenda storica della cancellazione dall’Ordine degli Architetti dei professionisti ebrei: “Non ci furono commenti”, si legge nel verbale della assemblea dell’Ordine di Roma durante la quale si approvò e si rese esecutiva l’espulsione dei quattro architetti ebrei romani. Nessuno, tra i colleghi, i professori, gli amici – che sicuramente erano presenti numerosi – dei quattro architetti si pronunciò a riguardo. Semplicemente avvenne.

Risuona forte come un’eco, nell’ascoltare l’aneddoto, il dovere odierno di pronunciarci di fronte alle ingiustizie e a condannare sempre apertamente ogni segno e traccia di antisemitismo attuale.

Il momento senz’altro più toccante dell’intera giornata è la cerimonia ufficiale di annullamento della cancellazione, attraverso la consegna da parte del Presidente OAR agli eredi dei quattro architetti Angelo Di Castro, Romeo Di Castro, Umberto Di Segni e Davide Pacanowski. Tra le commoventi parole di ricordo e testimonianza che i familiari hanno voluto esprimere con l’occasione, uno degli eredi di Romeo Di Castro afferma con giusta determinazione: “la parola Fascismo va pronunciata” e va riconosciuta come la causa della tragedia che la giornata della memoria ricorda; la radiazione dagli albi professionali non è stata una calamità naturale, ma una conseguenza diretta delle scelte di un movimento politico: il fascismo.

Per rendere fecondi gli spiacevoli ricordi sollevati dalla Giornata della Memoria, non ci resta dunque che essere attivamente antifascisti, anche, per esempio, riportando alla luce i notevoli frutti del lavoro dei professionisti che furono colpiti dalle leggi razziali.

Angelo Di Castro, (Roma, 1901 – Roma, 1989) studia alla Regia Scuola Superiore di Architettura, appena inaugurata con docenti del calibro di Del Debbio, Piacentini e Giovannoni, tra gli altri e si laurea nel 1924. Dopo alcuni anni di collaborazione con architetti attivi a Roma, apre nel 1927 il proprio studio professionale. A seguito delle leggi razziali del 1939, interrompe forzatamente la professione. Riabilitato dopo la guerra, dagli anni Cinquanta ai Settanta sperimenta con una serie numerosissima di edifici e palazzine, che oggi ritroviamo praticamente in ogni quartiere di Roma, una personale espressione compositiva fatta di superfici piegate, volumi estroflessi e angoli curvate, tanto da arrivare a venir definito uno “stile Di Castro” (Mariano, 1983). Tra queste si ricordano, ad esempio, la palazzina di Via Tambien (1949-54), edificio scultoreo caratterizzato dai grandi scavi d’ombra dei terrazzi, e la palazzina di Via Magna Grecia (1952) in cui il gioco dei volumi è affidato all’alternanza di balconi e svasamenti murari.

Angelo Di Castro – Edificio per abitazioni e negozi, Via Tembien, 3, Roma (1949-1954)

Davide Pacanowski (Lodz, 1904 – Roma, 1998) si laurea in ingegneria al Politecnico di Milano nel 1928, nello stesso anno superò l’esame di Stato presso la scuola di architettura di Roma. I primi anni di attività professionale lo videro impegnato a Londra nel 1929 e poi a Parigi, dove conosce Le Corbusier. Torna in Italia nel 1934, ma pochi anni dopo inizia il duro periodo a seguito delle leggi razziali che lo portano al confino a Sepino (CB). La vita professionale di Pacanowski riprende nel ’45, progettando architetture caratterizzate da volumi puri scavati, aggetti arditi, balconate e giardini pensili. Tra tutte, non può che essere citata Villa Crespi a Napoli (1953-57), a picco sul porto di Mergellina che viene riconosciuta come una tra le “ville più belle del mondo” dal settimanale Epoca, e che verrà esposta alla Mostra internazionale di Architettura di San Paolo del Brasile (1956).

Davide Pacanowski, Villa Crespi, Napoli (1952-55)

Umberto Di Segni (Tripoli, 1894 – Netanya, 1958) frequenta l’Accademia di Belle Arti a Roma e più tardi si iscrive agli albi di Roma e di Tripoli, città dove risiederà e lavorerà. A Tripoli, oltre a esercitare la libera professione, collabora con l’Ufficio delle Opere Pubbliche della città e durante la sua attività sarà impegnato nella progettazione di numerose architetture per conto di uffici analoghi di altri centri della Tripolitania e della Cirenaica. Uno dei maggiori architetti italiani che hanno operato nelle colonie, ha saputo coniugare, con gli esiti formali più originali, la lezione del Razionalismo con un’architettura adatta ai luoghi. Tra le sue opere più significative si ricorda senz’altro le case popolari di Tripoli, in cui terrazze e verande tipicamente mediterranee si declinano in una cifra stilistica chiaramente Moderna.

Umberto Di Segni, edificio realizzato a Tripoli (Libia)

Federica Andreoni, Redazione AR Web


Epoca, 1956, n. 324

Arbib J., L’ombra e la luce. L’architettura di Umberto Di Segni, Il Laboratorio, Nola, 2010

Giannetti A., Molinari L., a cura di, Continuità e Crisi. Ernesto Nathan Rogers e la cultura architettonica italiana del secondo dopoguerra, Alinea editrice, Firenze, 2010

Mariano, F., a cura di, Angelo Di Castro. Disegni, pitture, architetture, Edizioni Kappa, Roma 1983

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