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25 Maggio 2020

Modelli di habitat tra passato, presente e futuro: terzo webinar di Parliamone insieme

di Redazione OAR

Architettura visionaria, reversibile e provvisoria, a cubatura zero, incentrata sul riutilizzo dell’esistente. Città più efficienti, connesse, sostenibili, plastiche, accoglienti. Con un’attenzione crescente allo spazio pubblico, al verde urbano e all’innovazione, in particolare sul fronte dei processi e dei materiali utilizzati. Sono alcune istantanee sullo scenario del prossimo futuro, scattate nel corso del webinar «Modelli di habitat: tra passato, presente e futuro», nuovo appuntamento – il terzo – del ciclo Parliamone insieme, lanciato dall’Ordine degli Architetti di Roma per riflettere sulla professione e sulla città, alla luce della situazione attuale, segnata dall’emergenza Covid19, e di una possibile ripartenza post lockdown.

Il seminario – trasmesso in streaming il 22 maggio sulla piattaforma GoToWebinar – ha visto la partecipazione di Italo Rota, architetto, designer e docente – di recente vincitore del concorso per il padiglione Italia all’Esposizione Universale di Dubai 2020 (insieme a Cra – Carlo Ratti Associati, F&M Ingegneria, Matteo Gatto & Associati) -; Valerio Paolo Mosco, architetto e docente presso lo Iuav e l’Università di Navarra a Pamplona in Spagna; Flavia Brenci, Phd in recupero urbano e rigenerazione, direttore di studi internazionali in Austria, Cina, Uae e Usa.

Il webinar, secondo spirito e format di Parliamone insieme, ha puntato con decisione sul coinvolgimento attivo di iscritti e professionisti, attraverso la raccolta di domande, contributi e la condivisione di spunti di riflessione. Come nel caso di Marta Lombardi – architetto con laurea al Politecnico di Milano, con esperienza di lavoro all’estero (Libia) e oggi attiva tra l’Italia e Malta – che ha partecipato all’evento online e ha messo in luce alcuni dei temi proposti nel suo contributo scritto, inviato all’OAR in risposta alla call lanciata lanciata ad aprile e tuttora aperta (qui).

La sua riflessione parte dalla considerazione che «How we will live together?», il titolo della 17a Biennale di Architettura, ormai posticipata al 2021, «potrebbe trasformarsi nella domanda che riassume tutte le considerazioni, le analisi e le tavole rotonde sulle dinamiche progettuali da cui ripartire nella fase del dopo emergenza». Lombardi si è posta alcune domande, particolarmente centrate sul tema di un modello di habitat che possa adattarsi alle esigenze del prossimo futuro: «Come si possono snaturare gli spazi della collettività, luoghi nati per l’aggregazione e lo scambio, trasformandone l’uso corale in una sfera più intima, che sia questa voluta o meno?». E, ancora: «Come si può pensare allo spazio pubblico e a quello privato, evitando lo scollamento tra un uso quotidiano ed eccezionale dello stesso?». Proponendo alcune chiavi di lettura: «Fare della pianificazione dell’emergenza la norma, attraverso un’architettura sostenibile nella misura in cui persegue una diminuzione della densità urbana, una flessibilità degli usi e una dimensione inclusiva degli spazi e della società». Ma anche, «sostituire alla politica della ricostruzione nell’emergenza, la progettazione della prevenzione», valutare «il ciclo di vita degli edifici, il loro impatto sociale, l’insieme dei  loro rapporti nella maglia urbana, il cedere il passo dell’edificazione agli spazi vuoti della collettività, riportare al centro della questione abitativa l’uomo, e poi il sistema città di cui esso fa parte».

Il modo in cui l’emergenza epidemiologica possa rappresentare una leva di cambiamento per le città e il ruolo dell’architettura per il post Covid19 – e oltre – sono stati alcuni degli argomenti al centro degli interventi di Italo Rota. «Bisogna innanzitutto distinguere – ha detto l’architetto milanese – il vero cambiamento dalle soluzioni provvisorie necessarie a superare il momento di crisi. Pensare di consolidare nel tempo il distanziamento sociale, ad esempio, potrebbe essere un pessimo investimento. Una cosa, in ogni caso, è certa: le idee che incideranno sul prossimo futuro nasceranno dalla città».

L’emergenza sanitaria, in sé – prosegue l’architetto – «non cambia la città ma la gestione della collettività. Bisognerà innanzitutto ricostruire il lavoro, elemento indispensabile per ripartire. Poi dovremo efficientare le città, soprattutto dal punto di vista delle relazioni. Il primo investimento è cominciare a ragionare sul funzionamento del sistema urbano e su come coinvolgere gli individui, in modo diverso. Dal punto di vista della progettazione, non si potrà pensare di gettare nuovo cemento ma piuttosto di ricreare le città attraverso la non costruzione, usando l’esistente, aggiungendo nuovi pezzi, ma in termini di connessione, sia digitale che fisica». Una città, ha poi aggiunto, «è felice se è in grado di rispondere alle diverse esigenze e rispettare modelli di vita differenti».

Gli architetti potranno incidere – anche sul fronte della committenza – «solo attraverso un approccio visionario, in grado di prototiparsi e diffondersi», ha precisato Rota, che ha chiarito: «Personalmente sono per un’architettura provvisoria, reversible, effimera. Bisogna interrogarsi, ad esempio, su come si fa, oggi, un progetto smontabile. Sulla possibilità di fare innovazione nei materiali e nei processi».

A condividere, in parte, il senso del ragionamento di Rota è stato Valerio Paolo Mosco, che – guardando al prossimo futuro e ad un modello di riferimento per lo sviluppo urbano – ha ribadito come «la città degli architetti dovrà (e potrà) essere più plastica, effimera, rimovibile ed ampliabile: credo in un’architettura ‘smontata’, a volume zero. In grado di fare perno, in termini di soluzioni da adottare, anche su punti di forza italiani, come quello della componentistica».

Lo stesso Mosco si è poi concentrato sul tema dello spazio pubblico, anche alla luce del cambiamento di scenario connesso al post emergenza epidemiologica. «Per quanto mi riguarda, lo spazio pubblico – ha detto –  non può essere preso in considerazione se non come fatto di etica. Serve buon senso. Per ritrovare la tessitura tra intimità e pubblico, tra pubblico e privato. Occorrono la capacità di capire e una poetica dell’ascolto di alto profilo morale».

Occuparsi da subito del post-emergenza, imparando da quanto emerso nella fase acuta, e realizzare una sintesi concreta tra i diversi approcci progettuali, attraverso proposte operative e sostenibili. È questo l’obiettivo di Dopo – Design Oriented Postpamdemic Opportunities – piattaforma multidisciplinare open source nata da un’idea di Flavia Brenci, Maurizio Carta e Mosè Ricci. Quali sono le opportunità e le sfide per il post-pandemia? Quali cambiamenti radicali bisogna mettere in atto e quali stili di vita vanno adottati? Quale contributo può offrire ciascuno di noi, valorizzando competenze specifiche, esperienze e punti di vista? Sono le domande poste dalla piattaforma.

«Crediamo fortemente – ha detto la professionista intervenuta al webinar dell’OAR – nella interdisciplinarità e nella necessità di dare concretezza, ‘scaricare a terra’, le tante idee, riflessioni e proposte emerse in questa fase di dibattito e riflessione», con lo scopo di proporre delle soluzioni, soprattutto «per il settore delle costruzioni, sul fronte delle strutture sanitarie, dell’edilizia privata e degli spazi pubblici». Dalla fase di chiusura forzata nelle abitazioni e dalle misure di distanziamento sociale «è emersa la necessità di cercare di dare risposta agli aspetti sociali e psicologici delle persone. Le occasioni da concretizzare – ha concluso Brenci – sono su tutti fronti: dalla città da ripensare a misura d’uomo ai progetti pilota con i piccoli comuni, fino alle soluzioni in chiave sviluppo ecologico».

Il percorso di Parliamone insieme prosegue con il quarto webinar, in programma per il 29 maggio (ore 18), su «Design e tendenze post Covid19». Per saperne di più e per iscriversi: LINK

(FN)

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