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Architettura
15 Ottobre 2019

Progettare paesaggi urbani: tra architettura “emotiva” e attenzione alla scala umana

La lecture di Yosuke Hayano di Mad architects - Le riflessioni di Orazio Carpenzano e Luigi Prestinenza Puglisi nella sessione pomeridiana di Spam dedicata al tema Cityscapes

La capacità di disegnare paesaggi urbani – cityscapes – è stata al centro della quarta giornata tematica di Spam. Ed ha trovato piena corrispondenza nella filosofia progettuale di Mad architects, lo studio – con sedi a Pechino e Los Angeles – protagonista della lecture pomeridiana, con l’architetto giapponese Yosuke Hayano che ha messo a fuoco il tentativo di creare una relazione organica tra persone e ambiente urbano, definendo e caratterizzando parti più o meno grandi di città in sintonia con natura, storia, desideri e necessità degli abitanti. Un tipo di visione che, sotto molti aspetti – secondo le riflessioni fatte da Orazio Carpenzano, professore di progettazione architettonica e urbana alla Sapienza, e il critico di architettura Luigi Prestinenza Puglisi – protagonisti dell’incontro 1 vs 1 -, servirebbe a Roma per costruire il proprio futuro.

Hayano (MAD Arhcitects): Le città come sistemi organici

“La città dei sogni, secondo la nostra visione, è come un sistema organico: lo spazio architettonico può costruire connessioni emozionali verso la città, in modo tale che le persone possano credere che gli appartenga e si sentano parte di essa. Questa relazione organica è fondamentale per la città di domani”. In questo modo Yosuke Hayano – uno dei partner di MAD Arhcitects, insieme a Ma Yansong (fondatore) e Dang Qun – sintetizza, dopo aver chiuso la sua lecture alla Casa dell’Architettura, l’approccio dello studio verso la progettazione in aree urbane.

“Siamo tre partner. Tutti e tre coinvolti in ogni progetto, dalle prime fasi fino al cantiere. Questo ci pone un limite al numero di lavori da realizzare. Stiamo creando un nuovo equilibrio tra la crescita dello studio e il mantenimento del nostro modo di svolgere l’attività”. MAD Architects – 120 persone a Pechino, una decina a Los Angeles e un presidio a Roma con vista sul mercato europeo – sta eseguendo attualmente 32 progetti nel mondo. Tra quelli che Hayano ha raccontato nel corso della lecture ci sono le iconiche Absolute Towers, a Toronto (con un aneddoto sulla genesi del soprannome dato dai residenti alla prima torre, “Marilyn Monroe”, per celebrare le sue linee sinuose), la Harbin Opera House, in Cina; Clover House (Okazaki) e Kiyotsu Gorge Tunnel (opera in simbiosi con l’ambiente), in Giappone.

“Seguiamo diversi tipi di progetti e a diverse scale – da stazioni ferroviarie ad aeroporti, dai centri sportivi agli asili, solo per citarne alcuni in corso -, ma con la volontà di mantenere qualità e cardini del nostro modo di progettare”. L’obiettivo, continua il partner di MAD Architects, “è che le città siano posti migliori per le persone: quando si interviene sul ‘cityscape’ è importante avere una visione della città futura che non risponda solo a progetti individuali. Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni urbane, per questo noi architetti abbiamo grande responsabilità. Il nostro approccio cerca di trovare equilibrio tra tutti gli elementi che entrano in gioco, ma il punto di partenza è osservare i progetti dalla scala umana. Ci chiediamo sempre: in che modo la città può essere migliore nel futuro per le persone che la abitano? Lavoriamo globalmente ma con approccio locale: ogni progetto è diverso, su misura. Per realizzarlo cerchiamo di osservare modo in cui le persone vivono, le loro abitudini e necessità”.

Infine, un passaggio su Roma. “Qui stiamo seguendo un progetto per un isolato residenziale non lontano da Termini. Lavorare a Roma, come a Pechino, è operazione complessa: c’è il forte rapporto con la storia che rende quanto mai interessante costruire sulle stratificazioni del tempo”.

Carpenzano: Dare voce alle competenze, progettare una visione

La riflessione sulla Capitale, ma non solo, è tornata con forza – ancora una volta – nell’Incontro 1vs1 tra Orazio Carpenzano – impegnato in prima persona come uno dei responsabili, insieme a Manuel Aires Mateus e Gianluca Peluffo, dei laboratori di SpamLab, workshop che si sta svolgendo nel corso di Spam – e Luigi Prestinenza Puglisi.

“Parlare di modelli di sviluppo per le città è complicato – afferma, da un punto di vista più generale, Carpenzano -, sopratutto in questo momento storico in cui ci sono due fattori in contrapposizione, la più grande aporia di questo secolo, tra un tempo che si è dilatato e uno spazio che si è ristretto”. Tra le diverse questioni da affrontare per gli architetti e non solo, “c’è quella che riguarda il patrimonio: il nostro compito, obbligo morale, è non solo di mantenerlo, nel passaggio generazionale, come ce l’hanno consegnato, ma possibilmente di migliorarlo”. Poi un’incitazione: “Si deve popolare questo paese di tanti giovani architetture fatte da giovani architetti”.

Posando lo sguardo sulla situazione della Capitale, Carpenzano ha affermato: “Serve una visione generale del destino di questa città, che deve ritrovare un sistema per rigenerarsi, per crescere. La visione va elaborata, non può arrivare dall’alto. Non bisogna deprimere le energie creative in campo. Dare voce alle competenze e alla cultura”. La città – ha poi osservato – “è la quintessenza dell’esistenza dell’uomo, materiale su cui proiettare una visione: una manifestazione come questa può portare un contributo importante per Roma, può regalargli una speranza”.

Prestinenza Puglisi: Superare la cultura del blocco 

A Roma serve programmare, “ma a partire da cosa?”. A porre la domanda è Luigi Prestinenza Puglisi, che offre qualche elemento di risposta: “In primo luogo, occorre far riemergere dal disegno della Capitale i suoi straordinari corpi ambientali: dal grande bosco sul litorale al mare – abbandonato e dato in pasto alla malavita – fino al suo fiume, il Tevere, con progetti mai decollati”. Le città, ha proseguito, “si fanno con le opere ma sopratutto con una visione. Se Roma si vuole evolvere deve superare la cultura del blocco e aprire le porte al quella del movimento. Senza paura”. Altro tema “è quello della città costruita – dice il critico di architettura – fatta all’80% di beni culturali e patrimonio, che dobbiamo trasmettere alle future generazioni. Bisogna precisare, innanzitutto, che bisogna puntare anche sul nuovo: nulla si può conservare senza metterci del nuovo. Non si sistemano le cose lasciandole come sono. Poi c’è un grande lavoro di progettazione da fare per la riattivazione degli spazi, a partire da quelli archeologici, anche dotandoli dei servizi che mancano. Possibile che non si riesca a fare un concorso di progettazione internazionale per la sistemazione dell’area archeologica centrale di Roma?”. (FN)

Redazione OAR

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