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10 Giugno 2021

Biennale Architettura 2021. Le tre risposte (iperlocali) dei Padiglioni Uzbekistan, Cile e Giappone – di Federica Andreoni / Redazione AR Web

Tra le 61 partecipazioni nazionali, ne segnaliamo tre. 

I contributi di Uzbekistan, Cile e Giappone ci offrono una buona triade di declinazioni del tema How will we live together?, ciascuna delle quali iper-locale ma con slancio all’universale.

I tre casi, seppure molto diversi, sono accomunati da tratti che li contraddistinguono: sintetica chiarezza espositiva dell’installazione e coerente concisione dell’ambito di ricerca. 

Profilano così, probabilmente, le migliori risposte a una domanda così antica e così urgente.
Come vivremo insieme?

“Mahalla: Urban Rural Living” https://www.mahallavenice.uz

L’Uzbekistan inaugura in questa edizione la sua presenza tra i padiglioni nazionali alla Biennale di Architettura, e lo fa con una prima volta davvero notevole. 

Il progetto “Mahalla: Urban Rural Living” all’interno della Quarta Tesa dell’Arsenale si distacca nettamente, dal turbinìo di proposte nazionali, tanto per impatto visivo dell’installazione che per la profondità e il rigore della ricerca che sottende. Si tratta di una mostra interdisciplinare e un progetto di ricerca sui quartieri urbani dell’Uzbekistan conosciuti come mahallas, interessante caso di forma di vita comunitaria, antico e contemporaneo modo di ‘vivere insieme’. 

Il Padiglione vanta d’altronde tra i partecipanti alcuni dei personaggi più riconosciuti e acclamati – a ragione – della scena culturale (oltre che architettonica) contemporanea. 

I curatori della mostra sono Emanuel Christ and Christoph Gantenbein, soci fondatori di Christ & Gantenbein, studio tra il resto da poco proclamato vincitore del concorso per l’ampliamento del MACBA di Barcellona, entrambi professori all’ETH di Zurigo. Per l’installazione compongono un plastico 1:1 di una mahalla che occupa l’intera sede, proponendo una appropriazione spaziale, più che riuscita, basata sull’esperienza del visitatore. Tubi metallici gialli riproducono gli spigoli delle forme geometriche, in scala reale, dello spazio del layout tradizionale della mahalla; una ricostruzione in cui l’assenza/presenza dei limiti evoca splendidamente la struttura spaziale. 

Tra i collaboratori troviamo Bas Princen – già Leone d’Argento come promettente giovane partecipante alla Biennale del 2010 insieme a Kersten Geers e David Van Severen con “Garden Pavilion (7 Rooms / 21 Perspectives)” – semplicemente uno dei più talentuosi fotografi di settore della sua generazione, con una ricerca attraverso la fotografia sul paesaggio urbano in trasformazione, ricercando varie forme, esiti e visioni immaginarie del cambiamento dello spazio urbano. In mostra le sue fotografie, estratti di mahalla come frammenti di spazi, compongono la parte più strettamente visiva.

Inoltre Carlos Casas, riconosciuto artista e regista spagnolo che muove la sua pratica tra cinema, arte visiva e arte sonora, per l’occasione ha sviluppato un inedito paesaggio di suoni registrati nelle mahallas, trasmessi attraverso la tecnologia ambisonica, che si diffondono tra gli spazi della mostra, aggiungendo all’installazione un ulteriore e potente livello di immersione.

“Quello delle mahalla è un fenomeno sociale, culturale e urbano. Non è necessariamente una risposta alla domanda posta da Hashim Sarkis, ma potrebbe essere un accenno e un’indicazione molto interessante nella quale una società contemporanea globale potrebbe trovare una visione, un’informazione, un’ispirazione” spiega il curatore Emanuel Christ.

“Testimonial Spaces” https://testimonial-spaces.org

Il Cile presenta una delle proposte più convincenti. 

Testimonial Spaces” è una mostra che si concentra sulla narrazione dei ricordi, dei desideri e delle tattiche spaziali di una vita integrata, prendendo come caso studio il quartiere José María Caro, a sud di Santiago del Cile. Una mostra anche questa apertamente interdisciplinare, che attinge all’arte visiva, in particolare alla pittura, come strumento di narrazione. “La Caro”, come lo chiamano i locali, è un quartiere fondato alla fine degli anni ’50, in cui i primi residenti ricevevano un appezzamento di terreno privo di servizi di base, come elettricità o fognature. Protagonista di uno dei movimenti sociali più riconosciuti negli ultimi anni, l’area si è rapidamente e significativamente sviluppata soprattutto grazie alla promozione e all’unione dei suoi abitanti.

L’installazione, curata da Emilio Marín e Rodrigo Sepúlveda, professori rispettivamente della Pontificia Università Cattolica e dell’Università del Cile, è tra le più sintetiche nella corrispondenza con le premesse teoriche.

La struttura di legno, economica, versatile e di elementare montaggio, si inserisce all’interno dello spazio assegnato all’Arsenale in un contrappunto secco. Dipinta all’esterno di un vivido blu-turchese scuro, all’interno la struttura cede invece la scena ai cinquecentoventicinque dipinti, ognuno raffigurante un ricordo raccolto tra gli abitanti del quartiere. 

Nonostante siano frutto di venticinque pittori differenti, scelti tra studenti ed ex studenti della facoltà di arte della Università del Cile, grazie ad una serie di regole e norme molto rigide (dimensioni delle tele, tecnica, palette di colori, materiali, punto di vista) l’autorialità di ciascun dipinto si diluisce per prender parte ad un composito racconto corale. Ribadendo ancora una volta (come nella storia dello stesso quartiere attorno cui ruota la mostra) la necessità di scegliere di far primeggiare il collettivo sull’individuale.

 “Esperienze quotidiane e spazi comuni che ricostruiscono la città che abbiamo già vissuto, una città imperfetta, una città desiderata e idealizzata: una casa, una piazza, la fiera, un quartiere; il diritto a un’altra città. In questo senso, la proposta del padiglione ci permetterà di riflettere sulla ricerca e la reinterpretazione” dichiarano i curatori. 

“Co-ownership of Action: Trajectories of Elements” https://www.vba2020.jp

Il Giappone, nel suo padiglione ai Giardini, espone una proposta semplice e acuta, con una installazione forse meno d’effetto rispetto ad altre ma che rispecchia il cristallino ragionamento che presenta. 

Co-ownership of Action: Trajectories of Elements”, curata da Kozo Kadowaki è una mostra che consiste in una casa di legno giapponese estremamente ordinaria; come molte altre in Giappone, la Takamizawa House era una casa non più utile – per via del declino demografico tipico del paese – in attesa di essere demolita. La casa è riproposta a Venezia nei suoi pezzi originali, montati però in configurazioni altre, più rispondenti e appropriati al sito e alle nuove funzioni: convertendo il tetto, ad esempio, in panchine. Gli elementi inutilizzati sono esposti smontati all’interno del padiglione, che funge da magazzino per il progetto. 

A comporre la mostra però non è solo la casa in sé e le sue parti, ma il suo passato, i processi che ha attraversato e anche, soprattutto, un’idea di futuro (la casa verrà smontata nuovamente e godrà di una ulteriore e differente vita ad Oslo, a servizio della comunità). 

La disposizione cronologica degli elementi di legno, all’interno del padiglione, fornisce un quadro chiaro di come la casa esemplifichi i periodi della storia dell’edilizia abitativa giapponese del dopoguerra: dai primi elementi realizzati a mano fino a quelli prodotti in serie. Inoltre, si rende visibile la sovrascrittura degli architetti che hanno contribuito alle sue trasformazioni, in un ciclo continuo di azioni radicate in quelle precedenti, che influenzano a loro volta quelle successive. 

Incisivo, a questo proposito, è l’incipit del testo curatoriale: “Le tue azioni non sono solo tue. Qualsiasi atto, per quanto banale, si trova in cima a un cumulo di innumerevoli atti che sono nati dalle tue interazioni con qualcun altro. Perciò non si può mai dire che ciò che fai appartiene solo a te.”

La mostra riflette dunque, anche grazie a un sito web di una vastità e profondità di contenuti non comune, sul continuum spazio-temporale dell’architettura, in cui le azioni di innumerevoli persone appaiono e scompaiono costantemente. 

Federica Andreoni

Redazione AR Web

Fotografie di Federica Andreoni

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