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ATTIVITà DELL'ORDINE

Architettura
13 Ottobre 2020

Spam Heritage. La libertà del pensiero critico nelle maglie architettoniche della storia

Di Redazione OAR

Cosa saremmo noi architetti senza tradizione? Cosa significherebbe essere italiani senza l’importante eredità culturale, visiva e storica che ci portiamo dentro? Una tradizione come limite che soffoca l’intuizione o come bagaglio prezioso da porre a fondamenta del futuro?

Questi alcuni degli interrogativi oggi a Spam2020, a cui hanno provato a dare le lecture del Professor Luigi Franciosini, dell’architetto portoghese Filipe Magalhães – Fala Atelier e di Bora Kelmendi – B17 Studio in diretta dal Kossovo.

Diversi sono gli atteggiamenti dei progettisti di fronte all’esistente, influenzati anche dall’idea di città che la politica vuole mantenere attraverso la normativa.

“In Portogallo si tende a voler conservare ciò che è antico per il semplice fatto che l’oggetto sia giunto fino a noi – spiega Filipe Magalhães – ci impongono di mantenere la facciata principale, ovvero l’apparenza dell’edificio che dialoga con lo spazio pubblico, lasciandoci invece liberi negli interni che spesso non interessano a nessuno. E’ proprio qui che ci divertiamo”.

Un dialogo con sfumature provocatorie e forse anche ironiche con la storia: “Conserviamo ciò che è stato, manteniamo ciò che è visibile da strada affinchè i turisti possano farsi una bella fotografia nella città storica, ma non ci vergogniamo dell’architettura di oggi che si impone in tutto ciò che non è palese ad un primo sguardo – prosegue Magalhães – Sembra sia prerogativa riservata agli archistar il poter avere un’architettura propria. Non è un crimine imporre la propria idea: anche noi ne abbiamo una e la vogliamo raccontare”.

Gli fa eco Bora Kelmendi, protagonisti del Focus Young, che legge nella parola heritage un processo di trasformazione complesso, che comprende anche una serie di abitudini, condizioni e tradizioni locali che influenzano anche il modo di lavorare e pensare degli architetti.

“Ci piace pensare alla dicotomia tra la bella e la bestia, come la trasformazione nel tempo e nel luogo dell’edificio che dà luogo ad un’architettura in divenire, non limitata a ciò che è visibile – racconta Bora Kelmendi –  senza possibilità di affrancarsi dalla dimensione sociale in cui viviamo”.

“Spesso la conservazione è una scusa per cattivi pianificatori e per architetti incapaci di realizzare un’architettura di qualità – ribatte Magalhães, che tiene molto alla sua personalità di progettista – è il dialogo che trasforma l’eredità in opportunità”.

Nel confronto con l’heritage, fondamentale diviene il pensiero critico con cui approcciare la progettazione, non lasciata in balia di un processo passivo manovrato dalla storia perché l’eredità travalica i secoli attraverso la sua manifestazione fisica, il patrimonio edilizio, ma anche attraverso la sua componente spirituale che si riversa nell’architettura di oggi.

Non solo un problema di linguaggio per Luigi Franciosini, progettista tra l’altro di un intervento di restauro ed accessibilità museale nei Mercati Traianei: “La formazione dell’architetto si muove in altri contorni, si nutre di esperienza e di come questa si è depositata nel mondo fisico, mentre la parola eredità definisce da sempre un rapporto economico e produttivo, di cose possedute e passate da una generazione all’altra. A me piacerebbe invece dargli contorno diverso, dove l’esperienza umana e la disciplina trova la sua identità, riconoscibilità, autonomia”.

Una riflessione anche sulle università che devono fornire un’educazione al tempo, decisiva per definire un ordine legato alla figura dell’architetto che osserva e contemporaneamente riflette.

“Gli architetti sono pensatori prima che creatori e conservare a priori è una scusa per non pensare” sintetizza Magalhães.

“Affrontare la storia con una progettazione contemporanea non vuol dire sparire, ma sfumare i propri contorni e rientrare come entità dentro la coralità della collettività – spiega ancora Franciosini che di patrimonio storico ed archeologico se ne intende – più si osserva il passato e più si misura la capacità dell’individuo di trasformare in qualcosa di straordinario. L’autoreferenzialità ha intaccato il nostro mestiere e la capacità di agire”.

Un occhio critico al comportamento italiano viene dagli occhi portoghesi di Magalhães: “Vengo spesso in Italia e non vi vedo mai costruire. Siete il Paese in cui è nato il Rinascimento, la terra che ha offerto tanto all’architettura, eppure vedo edifici fotocopia a parte sporadici casi. Affrontiamo la tradizione, manteniamola senza ossessione. E’ ora di agire”.

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(GV)

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