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06 Maggio 2021

Un’occasione unica – di Christian Rocchi, Presidente OAR

[ Editoriale ] – Il mondo intero sta vivendo un momento particolarmente drammatico. La pandemia ha scosso tutti, ha letteralmente demolito concezioni alla base di un modo di pensare che, già prima del COVID -19, era stato spesso definito insostenibile: il libero mercato – che molti economisti osannavano come unico strumento di miglioramento delle condizioni comuni – e l’assenza dello Stato regolatore – che doveva lasciar fare ai mercati – rappresentano problematiche dei nostri tempi.

Ora abbiamo modo di valutare gli effetti del sistema liberista.

Dopo oltre vent’anni di Europa possiamo guardarci indietro per valutare cosa abbia prodotto la fiducia nei mercati, nella competizione, nella ricerca perpetua del profitto e soprattutto nel ritiro dello Stato come regolatore degli obiettivi finali di ogni attività economica.

Il risultato è desolante.

Non solo per la capacità che i mercati hanno avuto di distruzione materiale del nostro ambiente comune, inquinato da ogni genere di sostanze residuali delle attività umane, ma anche la cattiva educazione che ha portato la mentalità della nostra società ad assegnare un valore pressocché nullo alla cosa pubblica. Alla base c’è stato e c’è ancora: “Quello che conta nelle mie azioni è il mio tornaconto”.  Come se migliorare la cosa pubblica non volesse dire migliorare anche noi stessi.

Questo ha portato diverse generazioni in Italia a pensare unicamente al proprio orto personale, riponendo in soffitta il valore del bene comune e lo stesso valore della vita.

Città, ambiente, sanità, pubblica amministrazione sono stati sacrificati per un tornaconto personale. Tutto sacrificato all’insegna del pareggio di bilancio. Tutto, compresa la tutela e la garanzia sociale, persino il diritto alla salute. E questo è stato evidente a tutta la società con l’esplosione del COVID-19.

In quest’ottica generale di profitto, gli ultimi 20 anni hanno visto la progressiva trasformazione del sistema ordinistico professionale, da sistema legato ancora alla garanzia sociale, a un ibrido non risolto: metà ente di formazione e metà legato ad un’attività di controllo dei requisiti fondamentali legati all’iscrizione dei propri iscritti.

Il sistema ordinistico, quello nato per garantire tutele di interesse generale, e non privato come spesso i sacerdoti del libero mercato hanno dichiarato decine di volte prima di operare le riforme sulle professioni d’interesse generale, non deve essere visto come una parte staccata del sistema Paese. Al contrario! Il sistema di tutela dell’interesse generale deve tornare ad indicare la strada per tutte le tipologie di attività pubbliche e private.

La nostra Costituzione, con il suo programma ancora ben definito, deve oggi tornare a riprendere vigore e indicare la linea comune, perché non sarà il profitto privato a preservare la nostra salute, a migliorare la qualità del nostro ambiente, a realizzare le nostre città ed il nostro futuro sostenibile; non sarà il profitto a consegnare ai nostri figli, in definitiva, il nostro mondo migliorato dalla nostra attività.

Non sarà l’interesse privato a preservare intatto e migliorato il capitale ambientale, se l’interesse pubblico non tornerà ad indicare gli obiettivi comuni all’attività privata. Questo sarà l’unico modo di tutelare il progresso positivo della società.

E in quest’ottica le figure dei professionisti, che hanno valenza di garanzia sociale e che hanno forte impatto sulla vita delle persone, non possono essere messe in competizione su basi dei ribassi profondi che il libero mercato opera, o su basi di capacità di districarsi tra i cavilli della burocrazia. La riforma del Professor Monti sulle professioni non ha prodotto città migliori, non ha tutelato affatto l’ambiente, al contrario ne ha accentuato la loro rovina e l’ulteriore danneggiamento. Cosa ancora più grave ha gettato le premesse per la profonda crisi dell’amministrazione pubblica oggi paralizzata dalla mancanza di personale.

Servono basi nuove su cui fondare il nostro mondo, e queste basi sono quelle della coesione sociale e della tutela dei diritti civili primari. Il sistema economico deve cambiare su tali principi e i professionisti dovranno essere parte di questo organismo di garanzia. Le professioni di interesse pubblico dovranno quindi essere riformate perché abbiano la possibilità di espletare, in piena autonomia di giudizio ed in scienza e coscienza, il compito che lo Stato assegna loro.  

Un sistema che abbia al centro di tutto la preservazione del nostro mondo e che possa essere basato sul miglioramento delle condizioni comuni. Dove il più capace di esprimere la migliore architettura sia messo in grado di lavorare. In quest’ottica il nostro Ordine ha lavorato negli ultimi tre anni inseguendo il sogno di vedere tornare le nostre città ad essere prodotte attraverso il confronto culturale. Quindi mettere al centro di tutto la conoscenza, il diritto ad essa, sottratta alle regole esclusivamente di competizione su base economica: pilastro fondamentale di un nuovo modo di pensare il ruolo dell’architettura che è sempre stata strumento di miglioramento.

L’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia si è messo a servizio di tale visione, cercando in tutti i settori di costruire i mattoni di un nuovo modo di concepire l’attività pubblica, non come espressione personale, ma come operazione di supporto della migliore architettura possibile.

E per supportare tale visione anche a livello nazionale, l’OAR si è impegnato profondamente nelle recenti elezioni per il rinnovo del consiglio del CNAPPC. Ha supportato un percorso di incontri di estremo interesse e valore culturale, portando il mondo degli architetti a confronto con pezzi importanti della società civile, nella ferma convinzione di tornare ad essere un ingranaggio importante del meccanismo Italia. Tale visione ha prevalso e le elezioni vinte! Il gruppo di Ordini che hanno collaborato a questa nuova visione sono tanti e per la prima volta si ritrovano su politiche comuni, ben strutturate da un programma coraggioso.

Oggi si ha un’occasione unica di far tornare l’architettura ad essere lo strumento fondamentale di costruzione e miglioramento del nostro ambiente. Ma ci vuole il coraggio di cambiare. Cambiare sistema è un’urgenza improcrastinabile. Ed oggi i presupposti ci sono tutti.

I prossimi mesi saranno fondamentali. Dovranno essere spesi per gettare le premesse di lavoro sui temi strategici per la nostra professione: riforma della pubblica amministrazione, sussidiarietà, legge sulla rigenerazione urbana, semplificazione vera sui temi della tutela e dei valori privati, il concorso come strumento principale di modifica delle nostre città, e un programma integrato di comunicazione.

Il piano integrato di comunicazione sulla nostra professione – e sull’architettura in genere – avrà come obiettivo unico il cambiamento di mentalità della società. Un passo imprescindibile se si vuole finalmente modificare in meglio le storture delle nostre leggi e dare un apporto a quelle che sono in lavorazione.

Le sfide sono tante. Gli obiettivi sono comuni e trasversali a diverse professioni. Chi parla ancora di mercati e di competizione, slegati da obiettivi comuni, è completamente sordo al grido di dolore che si leva dal nostro mondo: cambiarlo è una necessità e non più un’opzione.

L’architetto tornerà ad essere operatore di progresso.

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