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21 Dicembre 2022

Plastica: tra conservazione del contemporaneo ed economia circolare

Nell’ambito del Percorso formativo “Storia e Critica” dell’OAR, il webinar coordinato da Emma Tagliacollo ha proposto una riflessione multidisciplinare sulle peculiarità del materiale che è diventato sinonimo di design e si appresta a evolversi per dare sostanza agli oggetti del futuro.

Un vertiginoso percorso di affermazione, dai primi oggetti in parchesina e bachelite fino all’esplosione dell’art design, seguito da un ripensamento altrettanto intenso che, negli anni più recenti, l’ha retrocessa a fattore di inquinamento e degrado ambientale: la plastica ha attraversato il XX secolo, diventandone il materiale simbolo, ma deve adattarsi a nuove istanze per fornire la sua versatilità anche all’industria e alla creatività dei prossimi decenni, in un pianeta che potrà sopravvivere solo se la produzione diventerà processo sostenibile.

Il webinar “Plastica – Ripensare il nostro futuro”, organizzato dall’Ordine degli Architetti di Roma con il coordinamento scientifico di Emma Tagliacollo (Comitato Tecnico Formazione OAR), ha coinvolto docenti e professionisti in un’analisi sulle implicazioni del binomio materie plastiche – design, alla luce di un nuovo concetto di conservazione, che estende ai prodotti del disegno industriale, siano essi oggetti esclusivi o di uso comune, la tutela riservata alle opere d’arte, nel segno della Convenzione di Faro (2005) – come ha evidenziato la storica dell’arte Giovanna Cassese.

“La Convenzione di Faro (…) ci incoraggia a riconoscere che gli oggetti e i luoghi non sono, di per sé, ciò che è importante del patrimonio culturale. Essi sono importanti per i significati e gli usi che le persone attribuiscono loro e per i valori che rappresentano” (coe.int). Le opere simbolo del disegno industriale italiano evocano una intera fase culturale e produttiva, così come gli accessori di uso quotidiano testimoniano gli stili di vita e innescano memorie collettive.

L’intento di salvaguardare gli oggetti in plastica in quanto parte di un patrimonio condiviso, e l’esigenza di trovare forme adeguate per comunicare i concetti di cui sono portatori, sono alla base di realtà come il Museo della Plastica di Pont Canavese (Torino), nato a partire dalla collezione Sandretto, e la Fondazione PLART di Napoli, che ospita “una delle collezioni permanenti di plastiche storiche più originali al mondo, affiancata da una ricca programmazione di mostre, installazioni immersive multimediali, performance, workshop, laboratori e progetti formativi, che si sviluppano all’insegna dell’innovazione e della voglia di meravigliare” (fondazioneplart.it).

Pina Di Pasqua, curatrice della collezione permanente PLART, ha sottolineato che “dalla seconda metà dell’800 ai giorni nostri” si possono leggere essenzialmente tre fasi nell’uso della plastica: i primi oggetti che molto spesso di pongono a metà tra nascente tecnologia industriale e artigianato, e vengono rifiniti a mano una volta usciti dagli stampi (plastiche storiche); oggetti di consumo in cui le plastiche non imitano più e, grazie a nuove tecniche di stampaggio, introducono una morfologia del prodotto completamente nuova (plastiche dell’opulenza); oggetti creati con materie che hanno origine da sostanze naturali (plastiche alchemiche).

Il lavoro di studi come Formafantasma – “la consapevolezza dei processi rende i designer soggetti attivi e non solo utilizzatori passivi di innovazioni scientifiche e tecnologiche” – indicano la strada che il settore della plastica, inteso nel senso più ampio, dovrà intraprendere per sopravvivere alla fase attuale, in cui l’attenzione si concentra sulle isole di rifiuti plastici galleggianti sugli oceani o sui danni causati dalle microplastiche agli organismi viventi. La ricerca del futuro si rivolge alle bioplastiche, ricavate attraverso una integrazione ecologica che sostituisce processi naturali ai processi meccanici (biologicità).

Illustrando alcune delle più significative sperimentazioni condotte in Italia e a livello internazionale, come la biopelle derivata da cellulosa batterica, le plastiche smart reattive agli stimoli o il packaging commestibile, Sabrina Lucibello, Direttrice Centro Ricerca e Servizi Saperi&co alla Sapienza, ha parlato della necessità di prevedere la rimessa in circolo degli oggetti in plastica al momento stesso della loro ideazione. I designer devono prendere spunto dalla natura, considerandola non più un modello da riprodurre, ma un soggetto con cui interagire per realizzare opere che non producano scarti.

Giuseppe Parisio, CTF OAR – Percorso formativo “Tecnologia e Strutture”, ha ricordato che numerosi consorzi in Italia sono impegnati nel riciclo e che il percorso virtuoso dell’economia circolare applicata alla plastica si va affermando in edilizia, grazie all’introduzione di polimeri biodegradabili, oppure riutilizzabili come nuovi materiali o fonti di energia alternativa.

di Francesca Bizzarro

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